PINOT NERO DELLA VITA (MA ANCHE NO)

L’INIZIO DI UNA LUNGA SERIE

Tutela dei vini TrentiniL’ironia della sorte, o meglio delle circostanze e della storia sociale ed economica, ha voluto che il Trentino, una terra vocatissima (o quantomeno sufficientemente vocata) a sentire gli esperti, per la produzione del pinot nero, sia invece divenuta nel bene o nel male la terra del pinot grigio.

Intendiamoci, il problema non è che sia la terra del pinot grigio, ma il fatto che sia diventato una delle tantissime terre dove si fa il pinot grigio. Ma questo terreno è stato abbondantemente, o anche sovrabbontantemente arato e non c’è altro da dire. O meglio, se avete altro da dire vedete qui.

Però se il pinot grigio è un vino pronta presa che viene più o meno buono dovunque lo pianti al contrario il pinot nero è un vino difficile sia in vigna che in cantina, mutevole, capriccioso e baro. Purtroppo, come ho già spiegato (nella prima parte di questo post), l’Italia non tutela le zone di produzione ed il pinot nero può essere coltivato ovunque come si vede ad esempio qui.

La descrizione della versione trentina che ne fa il libro “La tutela dei vini Trentini” a pag. 39 della pubblicazione a cura del Consorzio Tutela dei vini del Trentino – Provincia Autonoma di Trento e Istituto Agrario S. Michele all’Adige, è quella di un vino coltivato in quantità modesta nel territorio della provincia (15.000 q.li dice il libro, che è del 2004), ma che comunque fa parte del patrimonio provinciale. Cito testualmente dalla scheda di presentazione: “Risulta un vino difficile ma quando tutti i parametri vinicolo-enologici collimano si giunge a risultati di altissima soddisfazione, anche economica”. Poi prosegue “I vini ottenuti dal pinot nero sono di colore rosso granato, presentano un profumo gradevole, delicato, complesso, un sapore secco con un piacevole retrogusto amarognolo. Grande e difficile vitigno che può dare altrettante grandi soddisfazioni.”

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LA GRIGOLETTERIA

PERCHE’ MI PIACE ED UN CONSIGLIO

Grigoletti-Belli Come si può vedere dal post precedente, a forza di frequentare la Cantina di Grigoletti a Nomi, anche se personalmente dovrei dire a forza di andare a trovare Carmelo e la sua signora, siamo entrati in una corrente di simpatia: dire amicizia sarebbe bello ma sarebbe anche troppo, visto che poi alla fine non abbiamo il tempo per frequentarci con assiduità. Dico questo come avvertimento, nel senso che sto parlando quasi di un amico.

Bene, fatta la doverosa premessa, ciò che ho incontrato domenica alla festa che Grigoletti fa ogni anno insieme alla Salumeria Belli di Sopramonte è diventata una realtà di festa di paese. Rispetto all’anno scorso ho  faticato di più a parcheggiare, segno che sembra sia arrivata più gente . Ho incontrato tante persone, compreso il suocero di Carmelo a cui devo il conio del titolo di questo post (Grigoletteria appunto).

Ma sarebbe bene parlare del vino, visto che siamo qui per questo.

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E IO CI SONO ANDATO

SIMPATIA SUL CAMPO

Nei giorni scorsi ho colto l’invito che Bernardino Poli (Cantina Casimiro) mi aveva fatto alla mostra mercato primaverile della FIVI, e sono passato a trovarlo nella sua cantina. Diciamo che è stato un viaggio in un Trentino antico e minore, un Trentino vero. Bernardino Poli non si ricordava minimamente chi fossi, e questo è ben naturale dato che alla mostra avevamo scambiato solo due chiacchiere.

Gli ho detto che avevo scritto un post qui sull’Osservatorio dopo quella mostra, perchè mi aveva divertito ed interessato il suo punto di vista: ma lui, e la gentilissima signora che era presente, non ne avevano la minima idea. A dimostrazione del fatto che tendenzialmente i produttori non considerano ancora internet un volano per la loro attività. Chi volesse approfondire questo argomento può guardare il sito di Armin Kobler che ha parlato spesso di questi argomenti. Per soddisfare la loro curiosità siamo andati su internet, nel suo computer lì in cantina, a cercare il post e così l’hanno visto per la prima volta.

Però questo col vino ci sa fare.  Abbiamo assaggiato insieme la schiava. Diciamo che non è’ o meglio non era, il mio vino preferito, ma quello di questa cantina qui mi piace davvero molto. Il Bernardino mi ha detto che in inverno andrebbe bevuta ad una temperatura più alta rispetto che quella che mi ha servito lui: la teoria è che in estate va bevuta da frigo, come un bianco, perchè fuori è caldo, ma d’inverno si gusta di più se consumata intorno ai 13-15 gradi, una temperatura ambiente di un locale freddo: essendo freddo fuori se ne gustano di più le caratteristiche. Caratteristiche che sono quelle di un vino debole, dal bel colore ramato chiaretto, con una buona, anzi ottima acidità, e dei profumi floreali. E’ un vino che fa pochi gradi, e quindi si presta anche ad essere bevuto senza correre troppi rischi col ritiro patente. Ed è un vino che dà soddisfazione.

Il modo amichevole e sincero con cui  il produttore me l’ha offerto è stato veramente degno di rilievo: questo mi sembra un uomo vero, tranquillo; era anche un po’ sulle spine perchè stava imbottigliando un po’ di grappa e gli stavo interrompendo il lavoro. Ma è sembrato contento di avere lì me, mi ha trattato più come un ospite che come un potenziale cliente: sinceramente non capita spesso.

Alla fine ho voluto comperare una bottiglia di Schiava ed una di Nosiola. Me le voleva anche regalare, veramente gentilissimo, ma ho insistito per pagarle. Non so se sono stato scortese, ma mi sembrava ingiusto: gli ho fatto perdere tempo, ed in fondo vendere il vino è il suo lavoro. Insomma è stato veramente un divertimento.

Mi ha anche lasciato un pieghevole con le iniziative dei mercatini di Natale a Santa Massenza. Mi sa che, (mia) moglie permettendo, una capatina dal Casimiro la faccio di nuovo.

Ultima riflessione:

ieri sul giornale l’Adige è stato pubblicato un articolo che riguarda la vendemmia in Trentino, con il sorpasso del pinot grigio come vino maggiormente prodotto: supera anche lo chardonnay, il che non capisco cosa significa, nel senso che potrebbe anche darsi che si trovi più remunerativo l’ubiquitario ed internazionale pinot grigio rispetto alla principale base-spumante. Mistero (almeno per me). I dati completi li trovate anche sul Trentino Wine Blog.

Io invece ho assaggiato e comperato schiava e nosiola! Ha ha, alla faccia di quelli che invece fanno il pinot grigio, ho voluto comperare due vini che costituiscono rispettivamente il 2,93 % pari a 31.051 quintali (la schiava) e il 0,60 % del vino Trentino 2012 pari a 6.351 quintali (La nosiola).

Faccio evidentemente parte di una minoranza, ma mi sento molto furbo: sono due vini veramente buonissimi.

Mi sa però, con questi numeri, che gli ormai pochi produttori di schiava e di nosiola, probabilmente a questo punto destinata solo al mercato interno, dovrebbero fare un fronte comune un po’ come successo in Alto Adige, secondo almeno quanto dice Aristide.

Un saluto dal vostro Primo Oratore


PICCOLO APOLOGO DELLA QUALITA’

IL VINO BUONO SCACCIA IL VINO CATTIVO

A proposito del vino di qualità e di mio padre, che ho citato nel convegno SKYWINE di Ala, vorrei raccontare una storia minore, anche perchè a quanto ho capito dagli studi delle scienze cognitive, una storia resta più impressa che una trattazione.

Natale scorso:

protagonisti

– un burbero e severo signore della vecchia guardia (mio padre)

– un uomo nel pieno della sua vita (io)

– una bottiglia di sciavetta

– una bottiglia di Graminè ed una di Pergole (Longariva)

Mio padre dice che il suo vino da pasto è la sciavetta -annotazione per i non trentini; il fonema iniziale “sci” di sciavetta non si legge come la parola italiana “sciare” ma come la parola “cipolla” con anteposta la parola “s” -tipo “s-cipolla”-        vino semplice, lieve e non impegnativo. A me la schiava non piace e quindi per il pranzo di Natale vado appositamente a prendere una bottiglia di schiava uguale a quella che il papà beve tutti i giorni. Una bottiglia semplice da litro, normalissima, non sto a citare l’etichetta perchè sarebbe ingiusto: presa singolarmente è una bottiglia bevibilissima.

Per me e gli altri pochi bevitori che hanno qualche interesse, metto in tavola un Graminè, pinot grigio vinificato da Marco Manica della Longariva di Rovereto, un vino mediamente sopra la media secondo me e comunque mai paragonabile al pinot grigio massivo prodotto in Trentino.

Dunque mio padre ha il suo bicchiere di schiava col suo colorino rosato, io il mio bicchiere di Graminè con il suo spettacolare color ramato brillantissimo. “Fame tastar ‘sto vin” (= fammi assaggiare questo vino) dice mio padre, ed io ovviamente gliene verso un po’. Lo assaggia gli piace, e la bottiglia di Graminè finisce mentre la schiava resta in tavola: ne è stato bevuto solo un bicchiere (il primo).

Finito il Graminè, scendo in cantina e purtroppo non ne trovo una seconda bottiglia: quindi pesco a caso un bianco, il Pèrgole, -pinot bianco- sempre del Longariva. Di nuovo “fame tastar” e di nuovo si finisce che beviamo tutti solo quello. La schiava resiste immobile fino a fine pasto.

Morale:  produrre vini di qualità ha un significato. Non c’è bisogno di essere allenati alla degustazione ed alla descrizione dei vini per tirar fuori (= distinguere) un vino buono da uno scarso. La qualità si fa strada da sola anche davanti al pregiudizio, ed il vino buono, contrariamente alla moneta, scaccia quello cattivo.

Cosa vuol dire? Mah, ognuno tragga un po’  la morale che vuole. A me sembra una storiella carina e piena di perchè.

Un saluto dal vostro Primo Oratore.


FAMILY FEELING TRENTINO

CERCARE CIO’ CHE (NON?) C’E

E in corso una specie di dibattito su internet, in cui la domanda, o almeno la ipotesi difettiva, è piuttosto facile, ma la risposta è difficilissima. Delle volte in effetti le domande  sono facili, e talvolta anche corte, ma le risposte no o quantomeno talvolta sono piuttosto lunghe ed insoddisfacenti (e chiunque abbia un bambino intorno ai tre anni lo sa benissimo, ma anche i filosofi per dire lo sanno bene).

La questione è la presunta mancanza di una specificità del vino Trentino. E, correlativamente, nella necessità od opportunità di trovarla, per competere meglio. Non, attenzione, la mancanza di qualità di ciascuna cantina, ma una deponenza di identità del vino trentino nel suo insieme.

Trentino Wine Blog ne parla a proposito della differenza di Gamberi Rossi assegnata ai vini della Provincia di Bolzano rispetto a quelli della Provincia di Trento.

Internet Gourmet (con un mio modesto commento) ne parla a proposito della mostra dei vignaioli di Riva del Garda del 2012.

Vino Pigro ne parla in un articolo connesso al Vinix Live ferragostano 2012 da Pojer & Sandri.

Come tante domande facili, anche questa ha una risposta difficile.

Ma prima vorrei togliermi un sassolino dalla scarpa. Io ho alcune preferenze nel vino, ed ho a cuore alcuni produttori. Per questo spero che NON vincano premi o benemerenze. Perchè ho paura che così il vino che io amo e che continuo a comperare (eh si, l’indipendenza si paga) aumenterebbe di prezzo. A prescindere dal valore di guida delle guide, argomento che meriterebbe un discorso a parte e che un giorno farò anche, tuttavia è tutto da vedere quanto esse facciano un beneficio anzichè un danno al consumatore, intendo.

Tolto il sassolino ecco la mia idea. Innanzitutto c’è un problema di fini. Infatti andare a cercare qualcosa di nuovo, di specifico e/o di unitario nei vini trentini serve solamente se si presuppone che le cose vadano male. Io quando parlo con i Vignaioli, cioè il sottoinsieme che produce una quota quantitativamente minoritaria (non parlo di qualità) del complessivo del vino trentino, non ho l’impressione di imprese in difficoltà. Ho l’impressione che anche loro, come tutti, hanno tanto da lavorare e da sbattersi per tirare fuori qualcosa, ma da quanto si percepisce andandoli a visitare, si ha un’impressione assolutamente lontana dalla povertà. Poi magari dietro ci sono mutui e notti insonni e pensieri, ma magari no.

Altra questione è ciò che riguarda chi produce la maggioranza del vino Trentino, cioè le cooperative. In questo caso mi sembra che le dinamiche siano diverse. Nel senso che la scelta di queste cantine è stata quella di rivolgersi ad un mercato  generalista che predilige tutto sommato un vino assimilato piuttosto che un vino particolare identitario ma “strano”. E probabilmente ciò è semplificato dal fatto che tutto sommato qui fa premio un lavoro di standardizzazione che opera più in cantina in vigna.

Le cooperative però sono ricollegate a dinamiche politiche, nel senso generale e penso anche nobile (potenzialmente quantomeno), e quindi sono quelle che maggiormente possono aver bisogno di disegni, di piani e di strategie.

I piccoli invece hanno solo bisogno di creare un family feeling, se posso rubare questo termine alla produzione automobilistica. Io, anche se l’ho già detto, continuo a pensare che probabilmente, vista la qualità del vino prodotto dalle cantine, e dalla presenza di alcune cuspidi, ciò che sarebbe fattibile è trovare elementi di unificazione estrinseci, in attesa di quelli intrinseci.

Se voi provate ad andare in una enoteca e guardate lo scaffale dei vini dolci trentini, vedrete tante interpretazioni strampalate e diverse, non unificabili in nulla, di tutti i vini dolci bianchi e rossi possibili ed immaginabili che i produttori trentini fanno.

Quando poserete gli occhi sul Vino Santo però, salterà all’occhio una unitarietà indefettibile. Che emerge ancora prima di assaggiarlo quel vino, e si tratta di bottiglie tutte uguali, anche se fatte da produttori diversi, una storia comune, promozione unificata -sono frequenti dei pieghevoli che riportano tutte le sei (? mi pare sei) etichette-.

Poi quando si apre quel vino si sente anche qui un’unitarietà. E anche la vendita credo che accada in base a gusti personalissimi: assaggiandoli tutti e sei le differenze sono minime ed avrebbe un senso acquistare solo in base al prezzo. Solo che probabilmente qui si tratta di un prodotto di nicchia.

Si può, partendo dal Vino Santo, pensare a qualcosa di unitario, riconoscibile a vista d’occhio, e che parla esclusivamente il “dialetto trentino”?

Si, io penso che sia possibile, ma finchè non si trova qualcosa di più legato proprio al vino, in sé, perchè non incominciare da qualcosa di più semplice?

Aggiungo un’ultima cosa: a me sembra che qualcosa di diverso e unitario alcuni vini trentini ce l’abbiano. E’ una specie di venatura fresca e mai pesante. Una “leggerezza” che a me sembra abbastanza tipica. Ecco se io, nella mia ignoranza di chi il vino non lo ha mai FATTO, dovessi dare un consiglio a chi lo sa fare, è puntare su una linea di freschezza leggera. Una freschezza che assomigli alla freschezza che ha l’aria quando si va al Tuckett la mattina presto in estate. In qualche vino io la sento, e soprattutto la sento come differenza dei vini trentini rispetto agli altri anche se non ho mai avuto il coraggio di dirlo. Questo è, secondo me, il vero descrittore che i nostri contadini, che hanno fatto quasi tutti la scuola di San Michele, dovrebbero accordarsi di provare a fare. E che la Cooperazione in particolare potrebbe accordarsi a fare. E i loro uffici stampa a propalare.

Un altro consiglio ai vignaioli, ma non è originale e posso permettermi di formularlo perchè non è un vero consiglio: che i vignaioli facciano il vino proprio come a loro piace berlo. Dar da bere ai clienti il vino che essi stessi amano bere, anziché andare incontro al mercato. Questo non è difficile

Un saluto dal vostro Primo Oratore.


DEGUSTAZIONE VS. PIACERE

VIENI CHE TI DIVERTI!

Domenica scorsa  ho aperto un vino nosiola. E’ un tipo di bianco autoctono del Trentino che mi appassiona sempre di più, per le caratteristiche che ha di essere un vino dal profilo minuto. Un vino che in questo momento vado a cercare, nel mio pendolo continuo fra i vini polputi ed i vini tenui.

Si trattava in particolare della Nosiola Casimiro di Bernardino Poli.

Bernardino Poli è un vignaiolo trentino, conosciuto alla Mostra Mercato dei Vignaioli della FIVI, persona estremamente pratica che mi ha detto: dai vieni giù in cantina che assaggi qualcosa e ti diverti. Non quindi l’accento sui sentori e le proprietà del vino, ma sulla convivialità e la condivisione di un’esperienza comune gradevole.

La nosiola , e questa del Casimiro lo era, è un vino che ha un marcatore particolare di cui c’è traccia anche nel nome cioè la nocciola. Ma di solito è un’illusione mentale, perchè in fondo è un vinello acidotto, non troppo verticale, senza particolare allungo, profumato di fiori bianchi quando va bene, ma soprattutto un discreto compagno di inizio pasto. Un vino magro ed intermedio per chi non vuole altro che un accompagnamento leggero.

Tutto questo per dire che l’invito edonistico mi ha fatto piacere e mi ha fatto meditare. Questo è un vignaiolo che non l’ha giocata sulla degustazione del vino, ma sulla sua convivialità. Mi ha invitato ad assaggiare i suoi vini in cantina con l’idea che li proviamo, facciamo due chiacchiere e proviamo a divertirci un po’ col vino anzichè definirlo e giudicarlo.

In fondo, ripensandoci, non ha tutti i torti. La degustazione è un aspetto tecnico che serve per dare una valutazione “pura” ad un certo vino, ma è anche una definizione asettica: specialmente all’inizio provavo anch’io a fare le schede di degustazione. Ma quando talvolta le rileggo non capisco esattamente come era il vino. Me lo ricordo, questo si, perchè ho una memoria prodigiosa. Ma rileggendo le vecchie schede dicono tutte la stessa cosa: tannico – floreale – fruttato – frutti rossi – mirtilli – banana – litchi (per i più fighetti) – erbaceo. Rileggendo le schede fatte dagli altri è ancora peggio, non capisco niente.

Eppoi solitamente il mio vino si accompagna ai pasti; ed è difficile sentire i sentori se annusi il vino a tavola fra i fumi della polenta ed i profumi del coniglio (per dire).

Fra l’altro la degustazione fatta da esperti non sempre tiene conto del gusto, ma guarda ad altri aspetti: per esempio a come si evolverà un vino: è un dato che non mi ha mai interessato. Non sono tantissimi coloro che detengono tante bottiglie uguali in cantina e assaggiano il vino tenendo conto di come evolverà. Dunque chi se ne importa di  come un vino che ho nel bicchiere evolverà: prima di evolvere … finirà, e chissà quando e se mai berrò una bottiglia della stessa annata.

Casomai mi ricordo di com’era una bottiglia già bevuta, e quando la ritrovo, mi piace confrontarla non tanto con i sentori che avevo sentito ma con il “ricordo complessivo unitario” che ho in memoria.

La nosiola bevuta domenica, per esempio, non me la ricordo così buona come quella che mi aveva versato il Bernardino Poli alla mostra mercato dei vini. Ma se mi fossi scritto una scheda tecnica (giallo paglierino scarico, vino fluido e scarsamente alcolico -pochi archetti-, luminoso; al naso -ordinato- sentori di fiori bianchi con una nota appena percettibile di nocciola tostata e un vago ricordo di fieno; in bocca abbastanza acido, fine e di poco corpo, non molto persistente ma con un fine di bocca piacevole) sarebbe identica a quella di domenica. Invece, mi sfugge il perchè, ma erano diverse.

Mistero!

Un saluto dal vostro Primo Oratore.


BILANCIO SULLA 76° MOSTRA VINI DEL TRENTINO

LUCI E QUALCHE OMBRA SULLA MOSTRA

Luci

Quest’anno ho visto un’atmosfera più rilassata rispetto all’anno scorso. Sembra quasi che la tensione per la mancanza sostanziale dei vignaioli – non tutti, qualcuno l’ho pur visto come il mio amico Carmelo Grigoletti – sia stata metabolizzata, un po’ perché si è ripetuta, un po’ perché hanno fatto la loro mostra mercato, insomma le cose si sono assestate.

La sede del Castello del Buonconsiglio è sempre uno spettacolo: ha anche qualche limite, di cui dovrò parlare  nella parte delle “ombre”, ma resta sempre una gran bella soddisfazione girare per quelle stanze e quei loggiati.

Ho assaggiato dei buoni vini ed anche del buon teroldego che, non essendo il mio vino preferito, mi ha sorpreso.

Ho incontrato anche un nuova cantina Il Piaggiolo, che a quanto ho capito è anche un ristorante, con un vino buono, non certo beverino, molto carico e fruttato, anche molto alcolico, ma non lo conoscevo e mi ha soddisfatto. Presentato in bottiglie piccole e belle slanciate così si può ordinare anche nel ristorante senza la tristezza delle bottiglie “da mezza” che deprimono sempre un po’.

Ho visto qualche amico che non avevo visto l’anno scorso e mi è sembrata di più la gente venuta per il glamour: c’erano tante donne con tacchetti da vertigine ed eleganti (meno eleganti nel finale ma l’alcol incide su tutti).

Le conferme di alcuni vini veramente buonissimi: il Kretzer Dorigati, il Metius Dorigati, il moscato Rosa dell’Istituto tornato ai livelli alti che ultimamente mi sembrava aver perso, ed uno spettacolare San Martim del Grigoletti che ormai rivaleggia con il vino Santo trentino, ma che si paga la metà.

Ottima l’idea di ricomprendere, nel biglietto, anche uno spuntino con tre panini offerti dall’organizzazione, che hanno spezzato il ritmo delle degustazioni.

Bene il rinfresco pre-mostra a base di spumante: la gente infatti preferiva quasi stare lì a conversare e fare goliardate nel prato (vedi la foto simpatica) anziché entrare a degustare.

Ombre

Questa Mostra ha un po’ perso identità. Sembra che si faccia per volontà dell’ente pubblico e perché non si può interrompere una tradizione di oltre 70 anni. Ma perché veramente si fa questa mostra? Una volta era la presentazione dei vini dell’annata, ma adesso?

C’è un problema strutturale: è difficile, davanti al produttore che ti offre il SUO vino, dirgli che non ti piace o che ha difetti; siamo persone educate e non ci va di offendere una persona gentile che ti fa un regalo, ma così si toglie uno dei piaceri della degustazione non tecnica che è il giudizio sulla piacevolezza. Per dire, dopo aver bevuto il Methius ho provato un Ferrari della linea destinata alla ristorazione (entry level probabilmente) e si sentiva che era un buon vino ma un passo indietro rispetto al precedente. Non ho avuto il coraggio di dirglielo.

Le sale del castello, che sono quel bellissimo spettacolo che sono, tuttavia si sono riempite di troppa gente. Ora, va pur bene che tutti possano godersi lo spettacolo e c’ero anche io a fare confusione, tuttavia in certi momenti non si riusciva nemmeno a capirsi talmente tanto era il frastuono, e il caldo e la sensazione di oppressione erano fortissimi.

Sarebbe bello avere delle idee su cosa fare di questa mostra, per darle all’organizzatore, anche se è difficile sapere esattamente chi è.

Io qualche strampalata idea ce l’avrei.

–  sdoppiare la mostra, mettere vini rossi e vini bianchi in un’area separata, intendo dire in due stanze, con qualche sommelier che li versa ed al quale si possano fare dei commenti o giudicare. L’assenza del produttore consentirebbe questa pratica e, se i sommelier si prendono nota, potrebbero anche ricondurre il feed back ai produttori: avere critiche, se non sono distruttive, è molto sano per le organizzazioni, anche per i vignaioli. Mantenere ovviamente i banchetti dei produttori in maniera da poter fare due chiacchiere in pace con loro;

– certe persone vanno lì solo per bere gratis. Ecco, a chi chiede un rosso o un bianco e che palesemente non mostra interesse per il prodotto, o per il produttore, ed è palesemente alterato, io sarei per non dargli il vino.

Prevedere che il biglietto d’ingresso dà diritto a degustare 4 vini, e per il resto imporre il pagamento. Per esempio direttamente all’ingresso proporre un carnet di 5 assaggi a 10 €, 10 assaggi a 30 € oltre il biglietto, insomma qualcosa che scoraggi la bevuta finalizzata all’ubriacatura molesta e che sia proporzionale e progressivo, come le tasse, in maniera da scoraggiare il bere di più. So che ci saranno le elusioni, che qualcuno si farà comperare il biglietto da un altro, ma almeno il grosso sarebbe salvo.

Poi resterebbe sempre nella discrezionalità del produttore versare il vino gratis a chi vuole.

Altre idee strampalate ce le avrei, ma chissà quanto anche ad altri ne vengono in mente. Se poi ci fosse il modo di far rientrare anche i vignaioli…

Un saluto dal vostro PO