PINOT NERO DELLA VITA (MA ANCHE NO)

L’INIZIO DI UNA LUNGA SERIE

Tutela dei vini TrentiniL’ironia della sorte, o meglio delle circostanze e della storia sociale ed economica, ha voluto che il Trentino, una terra vocatissima (o quantomeno sufficientemente vocata) a sentire gli esperti, per la produzione del pinot nero, sia invece divenuta nel bene o nel male la terra del pinot grigio.

Intendiamoci, il problema non è che sia la terra del pinot grigio, ma il fatto che sia diventato una delle tantissime terre dove si fa il pinot grigio. Ma questo terreno è stato abbondantemente, o anche sovrabbontantemente arato e non c’è altro da dire. O meglio, se avete altro da dire vedete qui.

Però se il pinot grigio è un vino pronta presa che viene più o meno buono dovunque lo pianti al contrario il pinot nero è un vino difficile sia in vigna che in cantina, mutevole, capriccioso e baro. Purtroppo, come ho già spiegato (nella prima parte di questo post), l’Italia non tutela le zone di produzione ed il pinot nero può essere coltivato ovunque come si vede ad esempio qui.

La descrizione della versione trentina che ne fa il libro “La tutela dei vini Trentini” a pag. 39 della pubblicazione a cura del Consorzio Tutela dei vini del Trentino – Provincia Autonoma di Trento e Istituto Agrario S. Michele all’Adige, è quella di un vino coltivato in quantità modesta nel territorio della provincia (15.000 q.li dice il libro, che è del 2004), ma che comunque fa parte del patrimonio provinciale. Cito testualmente dalla scheda di presentazione: “Risulta un vino difficile ma quando tutti i parametri vinicolo-enologici collimano si giunge a risultati di altissima soddisfazione, anche economica”. Poi prosegue “I vini ottenuti dal pinot nero sono di colore rosso granato, presentano un profumo gradevole, delicato, complesso, un sapore secco con un piacevole retrogusto amarognolo. Grande e difficile vitigno che può dare altrettante grandi soddisfazioni.”

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KILOMETRI SCHIZOFRENICI

VREDE EN LUST

Vino Sudafricano avanti

Vino SudafricanoPoco dopo Natale, ma prima di capodanno, mi sono bevuto questo vino sudafricano Vrede en Lust Boet Erasmus 2009. Ad onore del vero è molto infrequente che io beva vini sudafricani, perché non ne girano moltissimi ed in generale bisogna proprio andare a cercarseli, visto che il Sudafrica è molto lontano: Roma dista 7.691 km da Johannesburg (questa la fontee quindi Trento ne dista più di 8.000 .

Insomma per prima cosa bisogna dare un titolo di merito alla rete commerciale sudafricana che è riuscita a piazzare una bottiglia qui in Trentino. E’ arrivata per vie traverse, come regalo natalizio, ma ciò non toglie che sia arrivata. Diciamo che è lo stesso sentimento che io provo quando mi dicono che si vendono bottiglie di pinot grigio in America: mi sembra in generale e senza andar troppo per il sottile una buona cosa per il Trentino.

Però poi mi pongo una domanda: è questo un modello produttivo e distributivo che può reggere? Perché, accanto al piccolo sorriso che fa il mio cuore quando sento che i Trentini esportano prodotti per 10.000 km , c’è anche un ineluttabile senso di spaesamento. Perché, diciamolo, mi affascina di più l’idea dei prodotti a kilometro zero.

Insomma con la matematica non sono mai stato un granchè.

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MA QUANTE BELLE SCOPERTE!

MOET & CHANDON BRUT VINTAGE 2003

Moet Chandon Vintage 2003Aperta questa bottiglia da un generoso amico, eccomi qui a fare scoperte: la prima è che questa Maison con il 2003 ha prodotto il Grand Vintage per la 68° volta. Sulla bottiglia c’era scritto dal 1734 (ma potrò sbagliarmi vado a memoria); su internet invece si trova “Since 1842, the House has released 69 vintage champagnes. Moët & Chandon possesses one of the world’s most prestigious collection of vintage champagnes, all of which are safeguarded in the Grand Vintage Reserve cellars”.

Insomma balla un secolo tuttavia resta il fatto che non viene fatta tutti gli anni.

Già leggendo l’etichetta dunque si ritiene di star per avere un  privilegio.  Magari anche un senso di “timore reverenziale” visto che siamo davanti ad un mito, o quantomeno ad un mito per il mio livello. Beh, insomma, la pariamo e si trova un vino veramente grandioso.

Il colore è di un gradevolissimo biondino chiaro, luminosissimo. Un perlage fine ma non numerosissimo. I profumi sanno di fieno e di nocciole-mandorle, insieme ad un ricordo di vaniglia. In bocca dà il meglio di sè, con pere nettarine, albicocca e una nota ampia ed avvolgente che prende in un colpo solo tutto il palato e poi resta lungamente in fine, con il desiderio di berne un’altra sorsata. leggero non c’è che dire, e fine.

Però, debbo dire, più che la degustazione, grande come ho detto, è piacevole anche scoprire che ci sono vintage come questi, che c’è gente nella vita che sta a giudicare se quell’annata sia meglio, o mooolto meglio di altre, e che quindi ci mette l’etichetta vintage anzichè il base (Moët base, peraltro mi andrebbe bene tutti i giorni).

Ecco, la prossima vita cambio lavoro e se proprio non riesco a fare il selezionatore delle modelle della Yamamay (come suol dire il co-autore qui) almeno il giudicatore dei vintage rispetto ai base mi potrebbe anche andar bene.

Un saluto dal vostro Primo Oratore


LA GRIGOLETTERIA

PERCHE’ MI PIACE ED UN CONSIGLIO

Grigoletti-Belli Come si può vedere dal post precedente, a forza di frequentare la Cantina di Grigoletti a Nomi, anche se personalmente dovrei dire a forza di andare a trovare Carmelo e la sua signora, siamo entrati in una corrente di simpatia: dire amicizia sarebbe bello ma sarebbe anche troppo, visto che poi alla fine non abbiamo il tempo per frequentarci con assiduità. Dico questo come avvertimento, nel senso che sto parlando quasi di un amico.

Bene, fatta la doverosa premessa, ciò che ho incontrato domenica alla festa che Grigoletti fa ogni anno insieme alla Salumeria Belli di Sopramonte è diventata una realtà di festa di paese. Rispetto all’anno scorso ho  faticato di più a parcheggiare, segno che sembra sia arrivata più gente . Ho incontrato tante persone, compreso il suocero di Carmelo a cui devo il conio del titolo di questo post (Grigoletteria appunto).

Ma sarebbe bene parlare del vino, visto che siamo qui per questo.

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TUTTI DA GRIGOLETTI

DA CARMELO – DOVE SENNO’

Per molti anni all’inizio di dicembre scendevo alla Cantina Grigoletti, a Nomi, per assaggiare il vino bianco velato conservato ancora nelle botti, per fare due chiacchiere con calma con lui e con la cara moglie Marica, e per comperare un po’ di bottiglie da bere in inverno. Mi conservava sempre due bottiglie del rarissimo Maso Federico (il nome del suo picenin) vino rosso dolce per i dolci natalizi. E’ un vino che di anno in anno è sempre cambiato, e sempre più raffinato, complesso e particolare.

Ricordo quando molti anni fa scendevo con il mio ragazzo, che allora era un bimbo piccolino e si divertiva a guardare queste grandissime botti e a correre in giro per la cantina. O a starsene buono e timidino accanto a me mentre comperavo le bottiglie.

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MARCIA DI AVVICINAMENTO

CONTATTI CON LA LUNA

Attraverso una via tortuosissima, sono stato contattato dalla Cantina Sociale di Roverè della Luna.

In realtà hanno mandato una mail al Trentino Wine Blog chiedendo che mandassero me a fare visita alla Cantina. Quei “rivoltosi mascherati” di Trentino Wine Blog mi hanno inviato una mail per indicarmi di questo contatto.

Prima Premessa:

io non ho nulla a che fare con Trentino Wine Blog. Peraltro “noi blogger” commentiamo anche sui blog degli altri, è una pratica usuale normalissima. Ed io talvolta frequento il TWB per dire qualcosa degli argomenti che loro sollevano. Tuttavia non li conosco, nel senso che non so chi ci stia dietro, visto che mantengono un rigoroso anonimato. Anche la loro mail è anonima, per cui nemmeno quando mi hanno mandato la richiesta della Cantina di Roverè della Luna ho capito chi sono.

Ma ciò evidentemente non è abbastanza chiaro ai lettori, dal momento che scrivono al Trentino Wine Blog anzichè direttamente a me, per chiedermi una visita in cantina. Ci sono molte chiavi di lettura a questo episodio, anche il fatto che probabilmente  manco si sa che esiste questo Osservatorio, ma non è importantissimo.

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ROERO ARNEIS

VINO GEMELLO – UN POST PER ME

Sono legato a questo vino, e non so perchè. E’ un vino che bevo raramente, più o meno due bottiglie all’anno, con qualche amico.

Una volta, diversi anni fa al Vinitaly, dei tizi di cui non ricordo più nulla (purtroppo cose accadute prima del blog e quindi non ne ho tenuto memoria) mi raccontarono che la parola “Arneis” viene usata per indicare un personaggio un po’ strambo, un po’ come si usa anche in italiano (dal vocabolario Devoto Oli: arnese = persona che non dà nessun affidamento). In realtà, da quel che mi ricordo, arneis ha una tonalità più ironica e meno caustica di arnese.

Fatto sta che, a quanto ho capito, è un po’ un vino di risulta, almeno originariamente. A leggere la descrizione che ne fanno gli autori Fabio Giavedoni e Maurizio Gily nel libro “Guida ai vitigni di’Italia” (Slow Food Editore, Cuneo – ed 2011, pag. 63) veniva messo in mezzo alle vigne di nebbiolo, dato che la sua uva attirava gli uccelli grazie all’aroma, così che venivano risparmiate le uve rosse di maggiore pregio. Se ne faceva un vino dolce, come andava allora.

Adesso, rispetto ad allora, se ne tira fuori un bianco secco. Quello della mia bottiglia, bevuta quest’estate non accompagnata a nulla proprio come puro godimento, aveva un buon profumo fresco e fragrante, mentre il sapore è floreale e di frutta bianca, ma più mela bianca che pera, bello pieno, un po’ acidulo. Il colore è giallo paglierino, ma più giallo che paglierino.

Non so perchè questo vino mi piace: è per questo che mi piace. Mi piace come oggetto, perchè mi piace l’etichetta bianca, ed il nome Giacosa (in questo caso è Bruno) si associa a qualcosa di piacevole nel campo dei vini. Mi piace il vino perchè non è troppo difficile, quando lo offro ai miei amici, vedo che lo bevono volentieri, ma come una cosa interessante, molti lo annusano, come se sorprendesse tutti, un vino che non passa inosservato anche se non si sa esattamente del perchè di questa non-inosservanza.

Costa un po’, in enoteca lo pago sempre intorno ai 17 Euro. Ma, anche se non posso dire di averne sempre una bottiglia in cantina, tuttavia ogni anno ne consumo: certo va a periodi, qualche volta in enoteca non l’ho trovato. Siccome sono poco esigente in quei casi ho comperato altri vini, e pazienza. Altri Arneis però no: ci ho provato, ma non mi piacciono tanto. Mi piace proprio questo.

Nota: è quando scrivo questi post che mi sembra che l’Osservatorio, in fondo, è proprio un diario personale. Arneis è stato anche il mio primo nick-name quando ho aperto l’Osservatorio: erano proprio altri tempi.

Un saluto dal vostro Primo Oratore