GLI SPAZI VUOTI SI RIEMPIONO

NOTE A MARGINE DEL PINOT GRIGIO

Trentino Wine Blog Più di 50 anni fa fu fondata la Confraternita della Vite e del Vino. Il blog d’informazione sul vino Trentino Wine Blog è aperto da circa un anno e mezzo.

Da quando sono stato intronizzato io come Confratello sono passati 4 anni e l’unica occasione in cui abbiamo parlato (?) del vino è stata l’elezione del nuovo Capitolo l’anno scorso.

Il mio Gran Maestro, che io rispetto molto, a quanto vedo ha indirizzato l’attività della Confraternita più verso un’associazione culturale-ricreativa (viaggi, culinaria, ecc.) che non anche su quello che io (umilmente) vorrei che fosse.

Naturalmente questa scelta non è affatto sbagliata, e del resto l’abbiamo eletto come Gran Maestro -io l’ho votato- ben sapendo quali erano le sue opinioni ed intenzioni.

Personalmente però io avrei pensato anche ad altre cose, oltre a quelle che sta facendo, ed in particolare avevo pensato alla Confraternita della Vite e del Vino come un campo neutro informale in cui tutti gli attori della filiera del vino (politici, direttori di cantine sociali, vignaioli, istituzioni, giornalisti perfino blogger) potessero scambiare opinioni senza pretendere conclusioni immediate, ma anche con il riconoscimento del peso che ciascuno ha e deve avere. Leggi il seguito di questo post »


PINOT NERO IN CHIAROSCURO

PINOT NERO LONGARIVA VERTICALE 1999 – 2004 – 2011

Verticale Pinot Nero LongarivaPrima di parlare di questi vini di Longariva, una premessa culturale.

Il Pinot Nero in trentino, dal punto di vista dell’inquadramento normativo e culturale è dovuto a Claudio Ajelli, GM della Confraternita della Vite e del Vino di Trento  negli anni ’80. Partendo dalla considerazione che il Trentino sta sullo stesso parallelo di Digione in Francia, aveva condotto un serissimo studio che aveva aiutato tutti a cogliere gli altri parallelismi che potevano condurre il Trentino a produrre un Pinot Nero di qualità. La richiesta di DOC Trentino (anche) per il Pinot Nero rivolta all’allora Ministero dell’Agricoltura trovò negli studi di Ajelli un presupposto fondamentale. Purtroppo la tradizione italiana non portava -e non porta- alla difesa dei territori e quindi piano piano tutto il territorio nazionale diventò zona di coltura possibile del pinot nero, come del resto di tutti gli altri vitigni cd. “internazionali”, e la particolarità del Trentino andò perduta. E’ nota peraltro la predilezione, a quel tempo, da parte di Ajelli per i borgognoni francesi -come non capirlo, pur non avendo la sua statura-  e il prodotto italiano finiva di fatto nei misti rossi. Tuttavia come intravide Ajelli le qualità del vino pinot nero trentino -uve + territorio- se coltivate con testa e con mano felice dall’uomo trentino possono essere elevate fino a giungere nelle vicinanze degli inarrivabili francesi. [NDR Sono debitore di queste informazioni di Angelo Rossi, attuale componente del Capitolo dell Confraternita della Vite e del Vino di Trento, che ringrazio sinceramente).

Dunque questa degustazione nasce per caso, ed è a tutti gli effetti una serata Fibess, tenutasi al di fuori della sede specifica.

Uno dei cofondatori era detentore di una bottiglia di Pinot Nero Riserva DOC Longariva Zinzéle 1999, ben conservata in cantina da circa 5 anni. Ma prevedendo di essere in 6 commensali, fra cui un ospite di riguardo, abbiamo rimpolpato la dotazione. Sono andato alla Longariva a comperare un’altra annata di Zinzèle, ed ho acquistato il Pinot Nero Riserva IGT Longariva Zinzéle 2004 . Strano, dal 1999 al 2004 il titolare ha deciso di declassare il suo vino di punta da Trentino DOC a IGT delle Dolomiti: mistero.

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LA GRIGOLETTERIA

PERCHE’ MI PIACE ED UN CONSIGLIO

Grigoletti-Belli Come si può vedere dal post precedente, a forza di frequentare la Cantina di Grigoletti a Nomi, anche se personalmente dovrei dire a forza di andare a trovare Carmelo e la sua signora, siamo entrati in una corrente di simpatia: dire amicizia sarebbe bello ma sarebbe anche troppo, visto che poi alla fine non abbiamo il tempo per frequentarci con assiduità. Dico questo come avvertimento, nel senso che sto parlando quasi di un amico.

Bene, fatta la doverosa premessa, ciò che ho incontrato domenica alla festa che Grigoletti fa ogni anno insieme alla Salumeria Belli di Sopramonte è diventata una realtà di festa di paese. Rispetto all’anno scorso ho  faticato di più a parcheggiare, segno che sembra sia arrivata più gente . Ho incontrato tante persone, compreso il suocero di Carmelo a cui devo il conio del titolo di questo post (Grigoletteria appunto).

Ma sarebbe bene parlare del vino, visto che siamo qui per questo.

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VOTO POSITIVO

BOLLICINE SU TRENTO

Oggi sono stato alla manifestazione di apertura delle Bollicine su Trento. Diciamo che questo post, per semplificare, è dedicato ai Trentini, non sto a mettere link o indicazioni di chi ha parlato.

Hanno preso la parola Manfrini, Dalpez, Fronza e Leveghi. Per fortuna, forse memori dello strepitoso detto trentino “prediche corte e luganeghe longhe” hanno fatto interventi brevi ed intensi. Abbastanza intensi.

Manfrini ha parlato di campagne alla radio, di consorzio dei vini e strade del vino che hanno collaborato, una realtà che si consolida. Un buon discorso introduttivo, semplice ed adatto a far aggrappare gli altri a qualcosa da dire.

Dalpez ha parlato di qualche numero, adesso i produttori sono più di 40. Dice che dobbiamo valorizzare questo prodotto nel nostro territorio. Non va bene che si va in un bar e si sente ordinare/offrire un “prosecchino”. Guarda un po’, è una convergenza inaspettata. Tuttavia è un bene, è una cosa giusta ed è giusto che anche le autorità se ne siano rese conto. Poi attraverso il Trentodoc si vogliono veicolare i valori della montagna e dei valori classici con cui i Trentini si vedono o (scusate il bisticcio ma lo dico io) o quantomeno come pensano che i non trentini vedano i trentini. Il rapporto fra il metodo classico è da valorizzare al massimo.

Fronza con qualche accentuazione poetica parla della fatica della produzione, dell’impegno, della conoscenza e del … talento (la parola mi è sembrata utilizzata nel senso del sostantivo e non del naufragato nome collettivo dello spumante), fatica ed impegno che però portano ad un traguardo di consapevolezza di aver creato un prodotto di pregio e valore. Da ricordare chi ha creduto, chi ha studiato e fatto disciplinari, insomma tanta roba. Quattro nuovi produttori, Zeni, Zanotelli, Cembra e Trento. Un passaggio finale su cui mi sono distratto, forse. Mi sembra di aver capito che non dobbiamo star li a guardare troppo in giro, ai prodotti concorrenziali che vengono da fuori, ma volerci bene da noi stessi e apprezzarci così con il nostro prodotto che è buono e dobbiamo crederci.

Per Leveghi il Trentodoc è ambasciatore del territorio. E’ metodo, è regola ed è territorio. E’ il Trentino che deve essere consapevole del proprio valore. Un valore di cui anche gli esercenti debbono essere parte, e devono mettersi a far parte di questo valore compreso dunque il fatto che anche i baristi e i wine-bar dovrebbero vendere più Trentodoc che prosecco.

Che dire: ripeto, sembra che qualcuno possa dire “io l’avevo detto”, ma pensa te.

Poi siamo passati alla degustazione.

E qui è sorto un problema minore ma penso fisiologico: che per intanto il marketing ha imboccato la buona strada, quella di un marchio unico, il Trentodoc, da valorizzare in maniera unitaria ed abbastanza convinta, almeno secondo alte sfere istituzionali. Ma, debbo dirlo, sotto l’ombrellone unitario non sono tutti uguali: il primo Trentodoc che ho assaggiato era basso, piatto e sfibrato. Non dico la marca, non serve, e va anche detto che è un caso raro, di solito i Trentodoc sono buoni; ma non mi sono messo a fare quelle capriole (metaforiche) che invece mi ha fatto fare il St. Michael. L’ho trovato veramente ottimo, abbastanza magro e floreale, ma acido e tosto, fine e di grande carattere. Anche un amico lì con me era della stessa opinione. Meglio di come l’ha valutato Ziliani. Peccato che la mia opinione conti meno della sua, ma fra me e lui c’è la stessa differenza che fra un poema omerico (lui) e un epigramma (io) – qualcuno riconoscerà la citazione sicuramente un po’ impropria nel complesso.

In conclusione: a me non è dispiaciuta questa presentazione;  meglio di quella verbosa dell’anno scorso. Ed in fondo le idee espresse sono condivisibili, quantomeno quando non espresse con parole troppo alate. Meglio di quanto ci potesse aspettare. Il mio giudizio è positivo. Adesso dovranno inverare la teoria nella prassi (altra citazione per chi vuole divertirsi) e lì sarà il difficile.

Un saluto dal vostro Primo Oratore.


ASPETTANDO SKYWINE

RACCOGLIENDO LE IDEE PER SKYWINE

Il prossimo fine settimana ad Ala (Trentino del Sud) c’è SKYWINE.

Ho già pubblicato un post, e vi indico nuovamente anche il sito ufficiale della manifestazione.

Siccome hanno avuto l’idea di invitarmi come relatore, sto raccogliendo le idee. Il discorso completo non l’ho ancora preparato e probabilmente dovrò anche orientarlo a seconda di come andrà la giornata, ma c’è un pensiero che mi gira in testa e che potrebbe fare da caposaldo, fondato su un fatto che mi ha sinceramente sorpreso.

Io ho sempre creduto che ci sia una forte correlazione fra il vino ed il suo prezzo. Ma questa è una cosa ovvia. Meno ovvia però diventa se si riflette sulla circostanza che sono i consumatori coloro che VERAMENTE hanno presentissima la correlazione fra il vino ed il prezzo. Infatti gli esperti, giornalisti, specialisti e altri …isti sovente degustano vino che viene loro regalato e quindi non sentono, prima di bere il vino, i caratteristici sentori di cuoio che emana il loro portafogli 🙂 quando devono estrarlo davanti alla cassa.

I consumatori base, invece conoscono benissimo il prezzo dei vini e quindi, nel dare il giudizio, spesso bilanciano tutto.

Ma, ed è questa la cosa che mi ha impressionato di più, è che ho trovato uno studio, condotto seriamente, anche se probabilmente non definitivo per l’esiguità del panel testato,  secondo cui c’è una relazione inversa fra i tipi di consumatori ed i tipi di vino assaggiato.

Nel senso che salta fuori che c’è una correlazione negativa fra i giudizi che danno gli esperti di un certo vino e i giudizi che ne danno i consumatori non esperti, come io nonostante tutto penso di essere. Cioè, detto in altre parole, non solo un inesperto non ha senso che spenda certe cifre, indicativamente sopra i 25 €, per il vino, dal momento che non riesce a percepirne la differenze con un vino da 10 €, ma oltre quella certa fascia di prezzo il vino gli piacerà DI MENO del vino da 10 €. Questo perchè la competenza che ci vuole per poter apprezzare un vino costoso è tale che gli esperti percepiscono come positive cose che gli insperti considerano al contrario negativamente.

Insomma, è la solita storia: anche di fronte a certe opere d’arte da inesperti non percepiamo niente di significativo, o di positivo, ma se invece diventiamo più competenti percepiamo sfumature, riferimenti, delicatezze che prima ci scappavano. Ed in effetti quando incontriamo un esperto di storia dell’arte càpita che questi apprezzi tantissimo un’opera d’arte che noi consideriamo invece pessima, e magari anche più brutta della stampa -di valore vile- che abbiamo a casa sopra il divano.

Cosa sarebbe la morale di questa storia? Sarebbe il fatto che non conviene fidarsi del parere degli esperti, di coloro che hanno una competenza di degustazione troppo ampia rispetto alla nostra. Perchè ci daranno consigli sbagliati. E’ meglio dunque fidarsi del parere dei bevitori dilettanti (anche se non è commendevolissimo nè elegantissimo da dire).

Se ciò abbia relazione con ciò che dicono le guide specializzate, i blogger specialisti eccetera, chissà.

Resta solo un problema: come si fa a convincere le persone della propria inesperienza quando il linguaggio e le pose di questo mondo del vino qui hanno spinto di fatto per il contrario??

Un dubbioso saluto da parte del vostro Primo Oratore.


EPPUR SI MUOVE

PER FORTUNA CHE L’AUTUNNO NON E’ L’ESTATE

Ecco finalmente inaspettati alcuni appuntamenti plausibili con al centro il vino.

Il primo è sabato prossimo, Isera Wine Day . Trovate il programma qui , mentre qui trovate la proposta del concorso (a premi). Poi cosa capiti esattamente ad Isera quel giorno sinceramente non è chiarissimo. Ci sono delle conferenze e poi un appuntamento che io non capisco cos’è. Magari così ci vado e vedo.

Il secondo è dal 12 al 14 ottobre , ad Ala (Trento) allo Sky Wine

.

E lì non potrò mancare visto che mi hanno gentilmente invitato come relatore, nel panel finale. Sto pensando a cosa potrò dire, chissà. In questo caso siete voi che dovrete venire se volete sentire … no naturalmente scehrzo. Per me magari non vale la pena, ma per il resto dei relatori e per la giornata in sè, sicuramente si.

Per intanto basti questo, nei prossimi giorni metterò qualche notizia in più in un post apposito tutto dedicato.

Finalmente, dicevo, che si sta muovendo qualcosa, stavolta principalmente da parte dei privati, e senza una partecipazione diretta, a quanto pare, delle istituzioni: non che sia un male che le istituzioni partecipino, tuttavia in questo caso mi pare meglio così. Insomma anche in Trentino (ho visto oggi sul giornale l’iniziativa dei Cembrani) i privati si stanno mettendo d’accordo per fare qualcosa.

Dopo la desolazione di questa estate, intendo dire dal punto di vista del consumatore, è grasso che cola, amici miei. Infatti, eccettuata la meritoria iniziativa di ferragosto da Pojer e Sandri, dopo le iniziative della tarda primavera non c’è stato proprio nessun posto dove andare. Ho dovuto organizzarmi io una specie di festa privata ma questa è un’altra cosa.

Un saluto dal vostro Primo Oratore.


FAMILY FEELING TRENTINO

CERCARE CIO’ CHE (NON?) C’E

E in corso una specie di dibattito su internet, in cui la domanda, o almeno la ipotesi difettiva, è piuttosto facile, ma la risposta è difficilissima. Delle volte in effetti le domande  sono facili, e talvolta anche corte, ma le risposte no o quantomeno talvolta sono piuttosto lunghe ed insoddisfacenti (e chiunque abbia un bambino intorno ai tre anni lo sa benissimo, ma anche i filosofi per dire lo sanno bene).

La questione è la presunta mancanza di una specificità del vino Trentino. E, correlativamente, nella necessità od opportunità di trovarla, per competere meglio. Non, attenzione, la mancanza di qualità di ciascuna cantina, ma una deponenza di identità del vino trentino nel suo insieme.

Trentino Wine Blog ne parla a proposito della differenza di Gamberi Rossi assegnata ai vini della Provincia di Bolzano rispetto a quelli della Provincia di Trento.

Internet Gourmet (con un mio modesto commento) ne parla a proposito della mostra dei vignaioli di Riva del Garda del 2012.

Vino Pigro ne parla in un articolo connesso al Vinix Live ferragostano 2012 da Pojer & Sandri.

Come tante domande facili, anche questa ha una risposta difficile.

Ma prima vorrei togliermi un sassolino dalla scarpa. Io ho alcune preferenze nel vino, ed ho a cuore alcuni produttori. Per questo spero che NON vincano premi o benemerenze. Perchè ho paura che così il vino che io amo e che continuo a comperare (eh si, l’indipendenza si paga) aumenterebbe di prezzo. A prescindere dal valore di guida delle guide, argomento che meriterebbe un discorso a parte e che un giorno farò anche, tuttavia è tutto da vedere quanto esse facciano un beneficio anzichè un danno al consumatore, intendo.

Tolto il sassolino ecco la mia idea. Innanzitutto c’è un problema di fini. Infatti andare a cercare qualcosa di nuovo, di specifico e/o di unitario nei vini trentini serve solamente se si presuppone che le cose vadano male. Io quando parlo con i Vignaioli, cioè il sottoinsieme che produce una quota quantitativamente minoritaria (non parlo di qualità) del complessivo del vino trentino, non ho l’impressione di imprese in difficoltà. Ho l’impressione che anche loro, come tutti, hanno tanto da lavorare e da sbattersi per tirare fuori qualcosa, ma da quanto si percepisce andandoli a visitare, si ha un’impressione assolutamente lontana dalla povertà. Poi magari dietro ci sono mutui e notti insonni e pensieri, ma magari no.

Altra questione è ciò che riguarda chi produce la maggioranza del vino Trentino, cioè le cooperative. In questo caso mi sembra che le dinamiche siano diverse. Nel senso che la scelta di queste cantine è stata quella di rivolgersi ad un mercato  generalista che predilige tutto sommato un vino assimilato piuttosto che un vino particolare identitario ma “strano”. E probabilmente ciò è semplificato dal fatto che tutto sommato qui fa premio un lavoro di standardizzazione che opera più in cantina in vigna.

Le cooperative però sono ricollegate a dinamiche politiche, nel senso generale e penso anche nobile (potenzialmente quantomeno), e quindi sono quelle che maggiormente possono aver bisogno di disegni, di piani e di strategie.

I piccoli invece hanno solo bisogno di creare un family feeling, se posso rubare questo termine alla produzione automobilistica. Io, anche se l’ho già detto, continuo a pensare che probabilmente, vista la qualità del vino prodotto dalle cantine, e dalla presenza di alcune cuspidi, ciò che sarebbe fattibile è trovare elementi di unificazione estrinseci, in attesa di quelli intrinseci.

Se voi provate ad andare in una enoteca e guardate lo scaffale dei vini dolci trentini, vedrete tante interpretazioni strampalate e diverse, non unificabili in nulla, di tutti i vini dolci bianchi e rossi possibili ed immaginabili che i produttori trentini fanno.

Quando poserete gli occhi sul Vino Santo però, salterà all’occhio una unitarietà indefettibile. Che emerge ancora prima di assaggiarlo quel vino, e si tratta di bottiglie tutte uguali, anche se fatte da produttori diversi, una storia comune, promozione unificata -sono frequenti dei pieghevoli che riportano tutte le sei (? mi pare sei) etichette-.

Poi quando si apre quel vino si sente anche qui un’unitarietà. E anche la vendita credo che accada in base a gusti personalissimi: assaggiandoli tutti e sei le differenze sono minime ed avrebbe un senso acquistare solo in base al prezzo. Solo che probabilmente qui si tratta di un prodotto di nicchia.

Si può, partendo dal Vino Santo, pensare a qualcosa di unitario, riconoscibile a vista d’occhio, e che parla esclusivamente il “dialetto trentino”?

Si, io penso che sia possibile, ma finchè non si trova qualcosa di più legato proprio al vino, in sé, perchè non incominciare da qualcosa di più semplice?

Aggiungo un’ultima cosa: a me sembra che qualcosa di diverso e unitario alcuni vini trentini ce l’abbiano. E’ una specie di venatura fresca e mai pesante. Una “leggerezza” che a me sembra abbastanza tipica. Ecco se io, nella mia ignoranza di chi il vino non lo ha mai FATTO, dovessi dare un consiglio a chi lo sa fare, è puntare su una linea di freschezza leggera. Una freschezza che assomigli alla freschezza che ha l’aria quando si va al Tuckett la mattina presto in estate. In qualche vino io la sento, e soprattutto la sento come differenza dei vini trentini rispetto agli altri anche se non ho mai avuto il coraggio di dirlo. Questo è, secondo me, il vero descrittore che i nostri contadini, che hanno fatto quasi tutti la scuola di San Michele, dovrebbero accordarsi di provare a fare. E che la Cooperazione in particolare potrebbe accordarsi a fare. E i loro uffici stampa a propalare.

Un altro consiglio ai vignaioli, ma non è originale e posso permettermi di formularlo perchè non è un vero consiglio: che i vignaioli facciano il vino proprio come a loro piace berlo. Dar da bere ai clienti il vino che essi stessi amano bere, anziché andare incontro al mercato. Questo non è difficile

Un saluto dal vostro Primo Oratore.