LA SCHIAVA E L’IPPOTURISMO

LE DUE SCHIAVE E LA LIBERTA’

Gino pedrotti 2La schiava (nella foto è la bottiglia centrale) è un vinello che a parer mio sta diventando interessante. Per tradizione fu il vino dei nostri vecchi, che la bevevano da sola o tagliata con qualche rosso corposo, solitamente l’immancabile merlot, o talvolta il marzemino, se volevano un vino di maggior colore, struttura e corpo.

Attualmente è un vino marginale e marginalizzato, poco trendy per quell’arietta mesta che si porta dietro dal passato. Ma anche, se si può dirlo, lasciato un po’ a se stesso, senza particolari iniziative di promozione, e sì che avrebbe a parer mio qualche caratteristica per piacere ai consumatore modevvvni.

Dunque: il vino è un rosato da bere giovane con qualche tendenza a sfumature cipollastre o anche grigiastre. Tende insomma a decadere. In vinificazione qualcuno prova a correggere questi difetti, per esempio vinificando le uve in bianco e poi ripassandole sulle bucce di qualche bel colore come il lagrein che così si fissa e rimane stabile (mi ha fatto questa confidenza in passato un altro enologo, diverso da questi due).

Per una casualità l’altra sera ho assaggiato due schiave prodotte nel basso Trentino, una quella di Casimiro (Bernardino) Poli in Santa Massenza, ed una quella di Gino Pedrotti in Pietramurata, due incantevoli paesi della Valle dei Laghi.

Casimiro Poli la interpreta nel modo tradizionale: un vinello leggero che si beve freddo in estate e non troppo freddo in inverno, dissetante e lieve. Adatto a tutti anche in quantità moderate visto che raggiunge 11,5° .

E’ la schiava classica dei tempi andati, che ci si aspetta di trovare. Ma per chi non conosce la tradizione è un vino rosato chiaro con qualche sfumatura gialla, molto trasparente, floreale, qualche minimo accenno di fragola, beverino quant’altri mai, non impegnativo in bocca, piacevole e gaio. Un vino scacciapensieri da sabato mattina.

Gino Pedrotti invece vuole uscire dal clichè del vinetto, e vuole avvicinarsi ad un autentico vino. La produzione biologica fornisce un vino più scuro, diciamo che è un rosato verso il cerasuolo, qui i sentori di frutta si fanno più marcati. In bocca è più pieno del precedente e si sostiene su 12,5 °.

Perde le caratteristiche del vino beverino e si orienta verso quelle di un prodotto più relazionabile, lo accompagnerei già a qualche primo non troppo saporito, magari una pasta con verdure, tipo.

Il succo del discorso è questo: è un vino più versatile del previsto, che si presta sia ad interpretazioni pianeggianti e semplici come il Casimiro, sia a esecuzioni di maggiore impegno e spessore come il Pedrotti.

E’ difficile comparare questi due vini, sono talmente diversi in tutto, -colore, corpo, sapori, aromi, finali- che stenteresti a considerarli come lo stesso vino.

Invece lo sono. La liberà di interpretazione porta a due vini diversi. Non so se possa esserci qualcos’altro, ad esempio il microclima con l’influenza del lago che si fa sentire di più da una parte che dall’altra. Il terreno sarà simile vista la vicinanza, ma non è detto: boh.

Prenderei sempre il primo per la leggerezza ed il disimpegno. Prenderei sempre il secondo per la degustazione ed il pensiero.

E’ divertente pensare che due vignaioli trentini, che parlano lo stesso dialetto e che hanno lunga esperienza, diano libertà alla schiava e ne facciano due esemplari completamente differenti. Evidentemente si può fare.

La schiava però in definitiva mi fa venire in mente il turismo a cavallo: bello, interessante, emozionante ma alla fine resta sempre una nicchia.

Un saluto dal vostro Primo Oratore.

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