VITIGNI COME DESCRITTORI

SUL PINOT GRIGIO COME AMBASCIATORE DEL TERRITORIO

Roverè-2012-3Cosimo Piovasco di Rondò ha rilanciato con un suo fortunato post  l’argomento di cui in visita “pastorale Fibess” (eravamo in tre) abbiamo chiacchierato con i responsabili della Cantina Sociale di Roverè della Luna, e cioè sul significato della coltivazione del pinot grigio  in quel territorio, e sul fatto che loro lo considerino il loro vino.

In particolare Trentino Wine Blog, che è e resta il maggiore e più vivace blog del vino trentino, sostiene che si è avverata la bufala secondo cui il pinot grigio sarebbe l’icona del territorio della Rotaliana; mentre invece, siccome è un vitigno ubiquitario, del territorio in generale, e di quello roveraitero in particolare,  non significherebbe niente. Le parole sono queste : “Come un’icona concettuale indiscutibile a cui affidare la rappresentazione sintetica di un territorio. Uno dei tanti, e nemmeno il più significativo, fra le migliaia di territori che nel mondo affidano le proprie fortune economiche al Pinot Grigio, dalla Val d’Adige veronese alla California.”

Un esempio di parlar chiaro, non c’è che dire.

Ma io non sono pienamente d’accordo: ritengo cosa migliore esporre qui la mia opinione, anzichè come commento sul TWB, in quanto è una posizione che necessità di qualche riga in più di quella di una postilla, ed inoltre temo che, vista la fortuna di quel post, il mio commento si sarebbe perso in mezzo alla marea che ha suscitato (complimenti sul serio, a proposito!! superare i 80 commenti non è poco, io qui non ci sono mai riuscito).

Veniamo al dunque: la mia tesi è articolata in due parti, che poi cercherò di articolare;

1. non capisco come mai dovrebbe essere meglio l’icona di un autoctono comune (=cattivo) e che non si vende, ad un ubiquitario fine (=buono) e che si vende. Col corollario che con il vino ubiquitario abbiamo avuto successo economico il che si tira dietro tanti altri benefici anche sociali;

2. un vitigno non è mai da solo, salvo casi particolari, un’icona del territorio. Ed in particolare non mi viene in mente nessun vino di successo che  abbia costruito la fortuna sul vitigno, ma me ne vengono in mente moltissimi dove la fortuna è arrivata con vitigni ubiquitari.

Sotto il punto 1:

i responsabili della Cantina di Roverè della Luna (cito a memoria le loro parole in quanto io non sono esperto, ma se avessi capito male spero che qualcuno mi “coriggerà”) dicono che alla scuola di San Michele ed in tutte le linee di politica vinicola del secolo scorso ma già di fine 800 veniva spiegata la necessità di estirpare i vitigni comuni. A conferma ritengo opportuno richiamare un passo che avevo già citato in un commento ad un post di Franco Ziliani Vino al Vino e che dice “ridurre fortemente l’impiego dei vitigni nostrani meno qualitativi come Vernaccia, Pavana, Rossara, Cagherel (! ndr), Peverella Verdealbara, Negrara, mentre doveva essere incrementato quello dei vitigni nostrani di qualità come teroldego marzemino e schiava. I vitigni nostrani di bassa qualità dovevano essere sostituiti con merlot, Casetta e Pinot (sottolineato mio, PO).” Il virgolettato viene dal libro di Marco Stefanini e Tiziano Tomasi intitolato “I vitigni autoctoni del Trentino” edito nel 2010 della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige.

Per questo io credo che la scelta di affidarsi al pinot grigio da parte della Cantina Sociale di Roverè della Luna per questo aspetto sia stata una buona scelta, indotta fra l’altro dagli esperti. Perchè è stata la natura stessa, una specie di darwinismo vinicolo, con il dare maggiore qualità ad un vitigno anzichè ad un altro a spingere per l’eliminazione di questi autoctoni di scarso pregio. Dobbiamo farcene una ragione, è inutile pensare di trovare una panacea (di quali mali, poi?) in vecchie uve che non piacevano nemmeno allora, figurarsi adesso.

Sotto il punto 2:

prendiamo il taglio bordolese  merlot+cabernet (più altri vitigni minori); secondo quella teoria non sarebbe un’icona del territorio, ma se provate ad andare a Bolgheri troverete una realtà diversa. Se provate ad andare a Bordeaux troverete una realtà ancora diversa! Più in piccolo, ahimè, il nostro Trentodoc è un’icona del territorio fin dal nome, ma è fatto di chardonnay.

Dunque, in sintesi, dichiarare il vitigno come icona di una zona non ha quasi mai senso . Tuttavia proporre il vino prodotto da un vitigno, anche ubiquitario, con il nome di un luogo, questo può contribuire a far diventare il vino prodotto una delle icone del territorio (perfino “er Vino de li Castelli” toh!) . Ed in questo senso dunque, anche il pinot grigio può benissimo essere/diventare il vino della Rotaliana. Ma non come pinot grigio, bensì come qualcos’altro, che alla fine diventa terroir trentino: un insieme di vino, di metodo, di sapienza di singoli ma resa comunitaria, di clima, di suolo ecc. ecc.

Siamo ancora in tempo? Io credo di si: ci vuole una diversa politica, a meno di non avere in sorte un produttore illuminatissimo. Ho qui un libretto della strada del vino e dell’olio della Costa degli Etruschi che spiega come Incisa della Rocchetta nel 1944 volle impiantare un vigneto di cabernet per produrre i vini francesi che gli piacevano tanto. Dopo anni di prove nel 1968 viene prodotta la prima bottiglia di Sassicaia. Il resto della storia, e il successo dei vini di quel posto, considerati fra i migliori al mondo e venduti a prezzi esorbitanti, non è affatto legato alla sola fortuna di un vitigno autoctono.

Anzi, hanno fatto tutto con dei vitigni che più ubiquitari non si poteva. Naturalmente non si sono mai sognati di mettere sotto il cartello di Bolgheri “Zona del Cabernet Sauvignon”.

Ed ecco l’idea: chiamerei il vino San Michele (come l’omonimo paese dove c’è l’Istituto Mach) lo farei con due vini bianchi che si legano bene (ma io non so dire quali perchè non ne so niente, diciamo Chardonnay e Sauvignon, o Pinot Grigio e che ne so io). So anch’io che questa idea è una vaccata, ma la strada è questa. Altrimenti andiamo avanti a chiamare pinot grigio il nostro vino specifico e non si andrà da nessuna parte. Per quanto su questo vitigno ubiquitario è stata costruita una fortuna.

Dal 1968 (prima bottiglia di Sassicaia) al 2000 circa , anno dell’esplosione del successo del vino di Bolgheri, sono passati 32 anni, non è un’era biologica: mettendocisi al lavoro si può anche fare. O forse no.

Insomma, d’accordo con TWB che il pinot grigio in sè non potrà mai identificare niente, in disaccordo che solo vitigni autoctoni possano essere icone del territorio -se era questa la tesi, che peraltro ricaverei dalla linea generale di quel blog e non forse da quello specifico articolo-.

Ci sarebbe anche una tesi di minima, in estremo subordine: dire che Roverè è la zona del pinot grigio in sè non è sbagliato, perchè è vero. Sui cartelli non sta scritto che è l’unica zona, ma sul fatto che che lo sia, non si può che essere d’accordo.

Un saluto dal vostro Primo Oratore.

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14 commenti on “VITIGNI COME DESCRITTORI”

  1. Ciao Po, un commento al volo e mi riservo di intervenire appena ho un po’ più di tempo. Non nego che le tue argomentazioni siano piuttosto calzanti. Però, mi verrebbe da dire, sono anche piuttosto astratte: invocare il modello Sassicaia, mi sembra un’astrazione. Lì vale un brand aziendale molto forte, al di la del territorio e al di la di tutto. Un’ po’ come capita per Ferrari (ammesso che qualcuno in giro per il mondo lo associ al Trentino). E come dici tu…gli amici toscani non credo si siano mai fatti venire in mente di delegare la loro rappresentazione ad un cartello del tipo: Mitica Zona del Cabernet. Stiamo parlando del Pinot Grigio trentino, fenomeno, per la sua diffusione, ispirato da una visione industrialistica massificata. Più simile agli hamburger di mcdonald’s che non al sassicaia. Almeno per quanto riguarda la sua fenomenologia commerciale omologata e mologante. Buono non buono? Questo è altro discorso. Ma può un prodotto, e lo dico in termini di efficienza comunicativa, un prodotto figlio di una massificazione produttiva e commerciale, estesa a numerosissimi Paesi, descrivere un territorio, rappresentarlo in termini di seduttività, raccontarne oltre che la storia, le aspettative e i sogni? Io penso di no. Semmai può essere un descrittore sociologico, un indice che ci consente di fotografare la realtà e la sua evoluzione. E questo al di la degli autoctoni – detto per inciso la valorizzazione degli autoctoni non è la linea ufficiale del blog:, è vero che ne abbiamo scritto spesso, ma questo per denunciare le manipolazioni culturali che avvengono dietro questa parola (documento dei saggi docet: a parole si invoca il rilancio degli autoctoni e con i soldi e le politiche agricole delle coop si inducono i contadini a espiantare marzemino e a piantare vitigni “distintivi”, come li chiamano ora). Non perché si consideri l’autoctono trentino un valore particolarmente valorizzante. Io personalmente non bevo più marzemino da 30 anni e teroldego dai tempi del servizio civile che mi capitò di dover fare felicemente in piana rotaliana. Pensa tu quale è il mio rapporto con gli autoctoni. . … A presto.
    CpR

  2. Primo Oratore ha detto:

    Dalla tua risposta capisco che probabilmente non sono parzialmente d’accordo, ma ho idee quasi sovrapponibili.
    Specialmente in relazione agli autoctoni, sui quali evidentemente avevo un’impressione sbagliata rispetto alla “linea” del TWB.
    Sul Sassicaia, però attenzione: non sto proponendo quel modello che è difficilmente ripetibile. Mi stavo riferendo al tempo che ci hanno impiegato a trasformare l’ubiquitario cabernet nel territoriale Bolgheri. So ben che 20 anni sembrano tanti, ma non credo che si possa fare con la bacchetta magica un miracolo in una stagione.
    Se fra 20 anni il cartello della Piana Rotaliana recitasse “zona del Vino Territoriale x” io sarei contento anche se continuassero a farlo col loro beneamato pinot grigio.
    PS sono preoccupato: anche a me non piace il Marzemino. Ma non è che piaceva solo a quella buonanima di Wolfango Amedeo?
    PO

  3. Che fra l’altro a berlo era il suo librettista trevisano…e verosimilmente si beveva quel marzemino frizzantino e leggerino che si fa in veneto. Comunque, a parte questo, siamo pressapoco d’accordo..su tutto il resto….Ma la vedo difficile, stando così le cose, che la bandiera territoriale del Trentino (che a quello mi riferivo, Roveré era solo un’occasione per parlarne) possa essere affidata al PG.

  4. Armin Kobler ha detto:

    ottima filiera di argomentazioni, caro giorgio.
    e te volevi mollare il tuo blog?
    ci mancherebbe…

  5. Primo Oratore ha detto:

    Mah, caro Armin: in fondo in fondo la tentazione di mollare c’è sempre e talvolta riaffiora. Tuttavia il momento peggiore è passato quindi per ora si va avanti. Grazie per le belle parole, comunque.
    ciao, PO

  6. Mario Crosta ha detto:

    Volevi mollare il blog? Vooleeeviiii mollare il blooog??? Ma non ti senti un bel po’ più giovane postando argomenti e rispondendo ai commenti? Vabbuo’, fai come vuoi, ma ripensaci.
    Quanto all’argomento mi sono gia’ espresso da Cosimo abbondantemente, perciò non mi ripeto. Vorrei soltanto richiamarti un esempio, visto che sei sardo: il Cannonau di Sardegna.
    Sai bene che ce n’è sia da bottiglione e sia da cassaforte e che le regole dell’attuale DOC unica per tutto il Cannonau di Sardegna, per esempio (che è tra le più estese d’Italia), valgono da oltre trent’anni per tutta l’isola dal mare fino alla montagna, anche a 300 km di distanza tra loro e soffrono quindi del precario equilibrio fissato già in origine tra alcuni limiti fissati col bilancino del farmacista e altri con la superficialità del politico, al quale le attuali varietà organolettiche dei vini non corrispondono più. Oggi sarebbe necessario disciplinare le produzioni DOC delle singole zone in modo corrispondente alla vitivinicoltura reale, cioé con una maggiore specificità, occorrerebbe un’oculata politica di finanziamento delle attività di ampliamento delle superfici vitate attuali condotte dalle piccole e medie imprese locali. Ma all’origine quel gran calderone regionale (esattamente come i vini Trentino) era vista allora come un grande veicolo pubblicitario in comune per vini che invece sono tra loro tanto diversi da mal sopportare perfino la compagnia. Se ne accorgono ormai in tutto il mondo e non è più il caso di prolungarne
    l’agonia. Si metta pure il marchio della Regione sulle bottiglie, ma che si facciano finalmente altrettanti diversi disciplinari di zona: come si fa a tenere ancora insieme i vini pregiati, d’autore, col segno del terroir e i vini da battaglia, da discount? In poche parole, ci vorrebbe un po’ di coraggio e di senso pratico in campo finanziario e legislativo. Lo stesso valga per il Pinot Grigio Trentino. Ciao.

  7. Primo Oratore ha detto:

    Gent.mo Mario: in effetti volevo mollare il blog, all’inizio dell’anno, ed ho scritto anche le ragioni qui e qui.
    Ti ringrazio per l’esempio della Sardegna, che in effetti è piuttosto illuminante. Unica cosa: io non sono sardo, ma trentino. Non che conti moltissimo, fra l’altro amo ed apprezzo molto la Sardegna avendo anche qualche amicizia lì, ma solo per amore di verità.
    Saluto PO

  8. Giuliano ha detto:

    Gentilissimo Primo Oratore
    mi chiamo Giuliano e vorrei intervenire sull’argomento trattato nel bolg, ma prima però vorrei dire due cose che non centrano niente e cioè:
    1) sento di doverle delle scuse in quanto quando lei era in procinto di lasciare questo prezioso blog io la spronai a continuare senza però poi garantirle in seguito il mio feedback.

    2) vorrei ringraziarla per aver dedicato del suo tempo per visitare la cantina di Roverè della Luna di cui sono socio.
    Mi auguro che i vini che lei lì ha assaggiato le siano piaciuti.

    Ma veniamo alla questione dei cartelli indicanti la tipologia di vino.
    Per me il cartello in questione ha sì una sua logica ma molto limitata.
    Nel senso che il turista passa, vede le viti e se desidera sapere ció che lì si coltiva eccolo accontentato, un po’ come succede quando si viaggia sull’autostrada e si passa vicino a qualche stabilimento, si ha un certo appagamento quando si legge il nome della ditta e magari si scopre che quella è l’azienda che produce qual’cosa di conosciuto.
    Ma tutto finisce lì.
    Ben più importante a mio avviso sarebbe porre attenzione alla cura del territorio indipendentemente dall’uva coltivata.
    Creare e riuscire a vendere un territorio che trasmetta la sensazione di pulito, di genuino, di unico, penso sarebbe possibile e ben più importante.
    Il come lo lasciamo sospeso, magari per un post ad hoc.
    Grazie ancora, e complimenti per quello che scrive.
    Un saluto cordiale.

  9. Mario Crosta ha detto:

    Non avevo letto la pappardella “Chi sta dietro questo blog”, scusami, pensavo che eri sardo come Usai, che qui interviene piu’ spesso di me. Pero’ se lui mi legge, sono certo che capirebbe talmente bene il paragone che ti potrebbe dare anche degli altri elementi. Trentino e’ il nome della regione. E’ giusto, anzi dovrebbe essere obbligatorio (secondo me) scrivere in etichetta il nome della regione. Per tutte le regioni. All’estero, infatti, si deve sapere immediatamente da qual paradiso provenga quel vino che trovano sugli scaffali con denominazioni spesso dai nomi difficili, impronunciabili in molte lingue, comunque sconosciute ai piu’ (infatti all’estero vanno di piu’ i vini che riportano piu’ il nome del vitigno che quelli della denominazione). Un bollino regionale, un timbro regionale, un logo regionale in etichetta, col nome della regione. Ma e’ sbagliato fare denominazioni regionali, come recentemente purtroppo si sta ormai diffondendo, perche’ terreni e climi all’interno della stessa regione (anche piccole, come il Molise, la Valdaosta e l’Alto Adige) sono diversissimi e i vini sono altrettanto diversissimi, da valle a valle, dal pianoro all’altopiano, dai fianchi a nord ai fianchi a sud, dalle vigne sulle rive del fiume principale a quelle a terrazze sulle rupi), insomma si fa solo un minestrone incredibile. Ciao e scusa ancora

  10. Primo Oratore ha detto:

    Sui punti 1 e 2, che dire? Se lei segue il blog ne sono contento, ma se ciò non accade nessun cruccio, fortunatamente non è un dovere.
    Sul 2, ho in animo di scrivere la degustazione appena c’è tempo. Ma posso già dire che i vini, ed in particolare il lagrein dunkel, mi ha particolarmente impressionato.
    Quanto alle sue riflessioni invece non sono molto d’accordo: quando uno passa e vede le vigne sa già che si coltiva l’uva e probabilmente si fa il vino. Ma se è un appassionato e legge pinot grigio la zona dal punto di vista vinicolo non gli dirà molto, anzi la considererà una landa anonima.
    Il problema è di comprendere quanto un vino contribuisca a fare/essere ciò che dice lei, cioè rappresentare il territorio. Perchè nell’immagine del Trentino pulito il pinot grigio si fa trainare più che essere un traino.
    Secondo me almeno.
    Saluto PO

  11. Primo Oratore ha detto:

    Non preoccupartu, sardu u no nun impurta, sarà contentu G.M.Usai 🙂
    Quanto alla tua posizione in effetti è un punto di vista diverso: più si va lontani e meno si distinguono i dettagli. Insomma ci sarebbe veramente da fare, anche per segmentare i mercati: all’interno lo chiamo Trentino ed all’esterno lo chiamo Canaletto, come faceva una volta una cantina di Trento.
    Grazie Po

  12. […] Il virgolettato viene dal libro di Marco Stefanini e Tiziano Tomasi intitolato “I vitigni autoctoni del Trentino” edito nel 2010 della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige.  […]

  13. Gianni Morgan Usai ha detto:

    Cari Primo Oratore e Mario Crosta, a causa delle folies di fine anno leggo solo oggi i vostri post..

    @ Mario : hai ragione, il Cannonau in Sardegna è un Vietnam.. e non aggiungo altro..

    @Primo Oratore : hai risposto in corsicano..! Ma forse è colpa del Revì.. ahahah

    In ogni caso la Cantina di Roverè vorrei averla io sotto mano, da guidare..

    Angurie e Meloni a tutti..!

  14. […] è una cattiva idea e dopo tanto pinot grigio orale (se ne è parlato  qui, qui, qui, qui,  su questo Osservatorio del Vino, qui, qui il post dal pazzesco numero di commenti -363!!!!- […]