PICCOLO APOLOGO DELLA QUALITA’

IL VINO BUONO SCACCIA IL VINO CATTIVO

A proposito del vino di qualità e di mio padre, che ho citato nel convegno SKYWINE di Ala, vorrei raccontare una storia minore, anche perchè a quanto ho capito dagli studi delle scienze cognitive, una storia resta più impressa che una trattazione.

Natale scorso:

protagonisti

– un burbero e severo signore della vecchia guardia (mio padre)

– un uomo nel pieno della sua vita (io)

– una bottiglia di sciavetta

– una bottiglia di Graminè ed una di Pergole (Longariva)

Mio padre dice che il suo vino da pasto è la sciavetta -annotazione per i non trentini; il fonema iniziale “sci” di sciavetta non si legge come la parola italiana “sciare” ma come la parola “cipolla” con anteposta la parola “s” -tipo “s-cipolla”-        vino semplice, lieve e non impegnativo. A me la schiava non piace e quindi per il pranzo di Natale vado appositamente a prendere una bottiglia di schiava uguale a quella che il papà beve tutti i giorni. Una bottiglia semplice da litro, normalissima, non sto a citare l’etichetta perchè sarebbe ingiusto: presa singolarmente è una bottiglia bevibilissima.

Per me e gli altri pochi bevitori che hanno qualche interesse, metto in tavola un Graminè, pinot grigio vinificato da Marco Manica della Longariva di Rovereto, un vino mediamente sopra la media secondo me e comunque mai paragonabile al pinot grigio massivo prodotto in Trentino.

Dunque mio padre ha il suo bicchiere di schiava col suo colorino rosato, io il mio bicchiere di Graminè con il suo spettacolare color ramato brillantissimo. “Fame tastar ‘sto vin” (= fammi assaggiare questo vino) dice mio padre, ed io ovviamente gliene verso un po’. Lo assaggia gli piace, e la bottiglia di Graminè finisce mentre la schiava resta in tavola: ne è stato bevuto solo un bicchiere (il primo).

Finito il Graminè, scendo in cantina e purtroppo non ne trovo una seconda bottiglia: quindi pesco a caso un bianco, il Pèrgole, -pinot bianco- sempre del Longariva. Di nuovo “fame tastar” e di nuovo si finisce che beviamo tutti solo quello. La schiava resiste immobile fino a fine pasto.

Morale:  produrre vini di qualità ha un significato. Non c’è bisogno di essere allenati alla degustazione ed alla descrizione dei vini per tirar fuori (= distinguere) un vino buono da uno scarso. La qualità si fa strada da sola anche davanti al pregiudizio, ed il vino buono, contrariamente alla moneta, scaccia quello cattivo.

Cosa vuol dire? Mah, ognuno tragga un po’  la morale che vuole. A me sembra una storiella carina e piena di perchè.

Un saluto dal vostro Primo Oratore.

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6 commenti on “PICCOLO APOLOGO DELLA QUALITA’”

  1. Angelo Peretti ha detto:

    E poi ci si domanda qual è la differenza tra vino buono e vino eccellente. La spiegazione sta dentro a questo apologo.

  2. Primo Oratore ha detto:

    In realtà la mia domanda si riferiva ad un modo oggettivo per distinguere: quello che dici tu, e che condivido, è un modo puramente soggettivo. Uno oggettivo, come è in qualche misura l’arte o il design, ci sarà?
    PO

  3. Angelo Peretti ha detto:

    Ti ho risposto su InternetGourmet. Sintetizzo: a mio avviso, di oggettivo c’è solo il parere soggettivo del bevitore, e su InternetGourmet dico perché.

  4. Mario Crosta ha detto:

    Per parte mia devo dire che Primo Oratore ha fatto una domanda da cinque milioni in quel post su InternetGourmet e vorrei ringraziarlo allegandogli questo commento che vi ho inserito oggi 21 ottobre 2012 ALLE 08:37:
    “Grazie. In attesa di un ricordo tuo e magari anche di Carlo Macchi. Penso che noi tre che abbiamo sicuramente passato quegli anni a bere i vini prima che nascessero le DOC, avremmo qualcosa da raccontare ai piu’ giovani, se non altro perche’ facevamo parte di chi beveva 105 litri pro-capite l’anno (solo i Francesi ci superavano, con 110) e rigorosamente in piccoli bicchieri di vetro robusto, altro che calici. Eppure c’erano dei vini super, tanto super che appunto li cerco sempre, oggi, ma non li trovo piu’. La qualita’ dei bianchi da allora e’ notevolmente migliorata, se penso alla gran massa dei colori gialli e delle opacita’ precedenti, a certe puzze che facevano preferire la gazzosa, anzi la spuma chiara. La tecnologia del freddo e le scuole di enologia hanno fatto bene il loro lavoro in questo campo e devo dire che non tornerei certo indietro. I rosati anche, sebbene gia’ allora fossero rari e comunque tutti di un buon livello, anche se in gran parte non superavano i confini comunali ed erano gelosamente custoditi dai locali e potevano essere finalmente conosciuti ed apprezzati da chi, proveniente dalle grandi metropoli, andava in ferie e poteva godersene una marea. Ma i rossi hanno avuto un’evoluzione inaspettata. Ti ho scritto che quei vini di una volta li cerco sempre, ma non li trovo piu’. Ho ancora in memoria quei profumi e quei sapori e oggi, girando e girando, soltanto in qualche campagna trovo vini fatti in quel modo, col buon sapore della freschezza bucolica, con l’ingegno del cantiniere senza laurea, secondo le pratiche dei nonni e dei bisnonni. Purtroppo senza sapere quanto potranno sfidare il tempo. Il livello igienico e’ senz’altro migliorato per tutti, anche per le sciacquature delle vasche che si vendono col nome di vino. Il livello qualitativo ha ridotto di molto la distanza tra i picchi eccezionali ed i buoni (capisco la difficolta’, appunto, in cui si trova Primo Oratore, ben espresso da un suo azzeccatissimo commento nel tuo post “Premiane 40 e dirai che 60 fanno schifo”). Purtroppo i picchi eccezionali dei rossi sono diversi da quelli di una volta e, anche se non trovi piu’ quelli rovinati da un’annata storta e anche nelle annate storte bevi un buon vino, non c’e’ piu’ un sole che brilla con valori assoluti. Avevo dimenticato di dirti in quel post che su 15 vini rossi cui ho dato 10/10 in 43 anni, nessuno e’ degli ultimi 10 anni. La’ non era importante, qui lo diventa. Certo, i gusti cambiano, le mode cambiano, l’uso delle tecnologie si fa sempre piu’ largo, le selezioni dei cloni sono sempre piu’ efficaci, pero’ se si e’ alzata in genere la media della piacevolezza, si e’ anche abbassata la cima della montagna, direi erosa a poco a poco.
    Piango di commozione quando mi ricordo quei vini di allora che mi avevano entusiasmato tanto e me li ricordo benissimo, ho questo difetto della memoria che mi richiama sempre quegli aromi e sapori. Qualcuno l’ho bevuto anche recentemente (ebbene sì, dopo 35 anni, dopo 40 anni) e ha continuato ad emozionarmi, cosa che non avviene ormai piu’ con nessun altro. Spero di ricredermi nei prossimi anni, diciamo che darei ancora 10/10 a quelli che universalmente sono riconosciuti come i migliori vini rossi d’Italia dagli intenditori, ma soltanto perche’ sono veramente i migliori vini rossi dell’Italia di oggi e loro sono intenditori di oggi. Qualcuno dice che a quesi vini rossi manchi l’anima e credo che renda bene, ma non completamente, l’idea. E’ come in Formula 1 con le macchine di oggi, che sono degli Sputnik di una potenza e di un’accelerazione prima sconosciute, ma non si riesce piu’ a sorpassare…
    In questo senso sono molto curioso di vedere se con il rinnovato credo nel biologico io possa ritrovare ancora quel che ho sempre cercato”.

  5. Primo Oratore ha detto:

    Io in effetti, pur non giovanissimo, mi sento abbastanza un neofita, quindi non ho alcun ricordo di vini passati dei cui sapori Lei favoleggia.
    Sig. Mario Crosta, io desidero ringraziarla di questo Suo commento che considero sinceramente uno dei più belli che questo blog abbia ospitato finora – senza nulla togliere a tutti gli altri commenti, ma questo suo è meraviglioso.
    GRAZIE, PO

  6. Mario Crosta ha detto:

    Grazie a te, Primo Oratore, che stai ad ascoltare un residuo del… Triassico. Non invidio i giovani, ecco, questo lo posso dire in piena coscienza, perche’ non sapranno mai com’erano certi Barbaresco del ’52, certi Nebbiolo del ’47, certi Barbera del ’26, per limitarmi al Piemonte visto che ho parlato altrove del Nipozzano del 1871 (uno-otto-sette-uno). Certe perle della annate 1964, 1971, 1978 non ci sono piu’ o c’e’ il rischio che siano gia’ uscite dalla cantina e che siano state, altrove, conservate non certo al meglio. Forse c’e’ in giro qualche 1980, 1985, sicuramente dei 1990, ma gia’ qui, proprio in questo decennio, scomparivano i miei picchi, i miei entusiasmanti, nonostante che la qualita’ in genere si sia alzata, a scapito pero’ delle… Ferrari (come la P3 e la P4 che stravinsero affiancate tutte e tre a Daytona, chi se lo ricorda ci gode ancora). Anche i neofiti hanno un ruolo e tu, visto che ti senti così, potresti giocarlo al massimo, parlando con quei produttori che sanno benissimo come facevano i vini i loro bisnonni e che potrebbero, almeno uno in gamma, poche migliaia di bottiglie, tenerlo e perpetuarlo. Ti confesso che c’e’ chi ci sta pensando seriamente, per esempio a Ghemme. Ciao