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Di seguito pubblico anche la traccia dell’intervento che farò quest’oggi ad Ala.

Il titolo che mi è stato affidato, considerando anche il motivo per cui sono qui deve guardare il vino dal lato del consumatore (per i probabilmente molti che non lo sanno, da circa tre anni -che per il web non sono pochi- tengo il blog Osservatorio del Vino che affronta il vino, soprattutto trentino- dal punto di vista del consumatore consapevole).

La prima cosa che vorrei dire è questa (la fonte è il blog La Scienza in Cucina di Bressanini, un sito veramente superiore alla media e che consiglio di andare a cercare): già percepire un vino è difficile, e mediamente un consumatore inesperto non ci riesce. Non solo, ma riesce così poco a giudicare un vino, che di solito ha un’impressione inversa rispetto a quella tecnica che ha un professionista. Mi spiego meglio: alcuni ricercatori delle branche economiche (il gruppo di Roman Weil professore di economia alla Graduate School of Business dell’Università di Chicago. Appassionato di vino e cofondatore della Oenonomy society: un gruppo di economisti e studiosi dediti per passione allo studio e all’apprezzamento del vino) hanno proposto il test triangolare (Norma ISO 4120:2004) a consumatori ordinari e a consumatori esperti per verificare i loro giudizi relativi a bottiglie molto costose o a prezzo conveniente. Per chi non sapesse come funziona il test triangolare, è così: si prendono due coppie di vini, mettiamo un vino rosso base ed un riserva –che ordinariamente costa di più. Con le etichette coperte, si scarta una bottiglia e si versano un bicchieri da ciascuna delle tre rimanenti. In questo modo ci saranno tre bicchieri formati da una coppia di vini uguali ed uno diverso. Gli assaggiatori devono distinguere i due tipi di vini e giudicare quello che ritengono migliore: ad esempio devono dire: dei tre vini, il numero 1 è uguale al numero 3, e diverso dal 2, ed io preferisco il 2.

Ebbene, la maggior parte degli assaggiatori non riesce a distinguere i due vini. Non solo, ma anche quando li distingue, una buona parte, circa la metà tende a preferire quello considerato minore, cioè il base rispetto al riserva, o l’annata meno favorevole rispetto all’altra. In particolare però, è accaduto che i vini più complessi e complicati, per gustare i quali si deve avere una certa esperienza, sono apparsi meno gradevoli ai consumatori normali. Questo a significare che paradossalmente, in fatto di gusti di vino i consumatori non dovrebbero ascoltare gli esperti, visto che questi ultimi apprezzano cose che noi comuni mortali manco capiamo. E questo è evidente se pensiamo che succede così anche con le opere d’arte. All’aumentare della nostra competenza troviamo dei dettagli e delle sfumature che normalmente ci sfuggono. Ed alcune poi, penso all’arte contemporanea, non riusciamo nemmeno a capirle se non abbiamo una qualche competenza.

Ma torniamo al vino: come volete percepirlo il vino trentino, la verità è che è difficile percepire un vino in quanto tale. Sia per quello che vi ho detto sulla difficoltà in sé e per sè, sia perché in generale il Trentino ha imboccato, come scelta massiva intendo, la strada dei vitigni internazionali. E, peggiorando la situazione, ha anche scelto di non dare al vino trentino dei nomi legati al territorio, ma dei nomi dei vitigni. Così è chiaro che mentre gli altri hanno il Barolo, il Barbaresco, il Brunello di Montalcino, ma anche il Nero d’Avola o il Verdicchio di Iesi per stare su esempi minori, noi abbiamo il Cabernet Sauvignon, o il Merlot, o il mitico Pinot Grigio. Forse avremmo potuto avere una speranza col pinot nero, ma non abbiamo saputo o potuto difendere il territorio, e così anche il pinot nero (Borgogna in Francia) lo fanno dappertutto. Non abbiamo avuto nemmeno il privilegio della lingua, quantomeno sul mercato interno, come gli altoatesini, che fra Kerner, Veltliner, Gewurtztraminer, Sylvaner riescono a marcare una differenza territoriale.

Non a caso, credo, i vini che si distinguono bene sono il nostro blockbuster che è lo spumante (sebbene suo nome Trentodoc non sia un granchè in effetti) e un vino di nicchia che è il Vino Santo: guarda caso nomi ti posti, e non di vini.

Per questo ciò che è accaduto, secondo me, è che solo alcuni produttori, e mi riferisco in generale ai vignaioli, riescono a distinguersi, per cui io so che il pinot nero di Longariva (dico come esempio) mi piace e lo riconosco, e così i vini di Francesco Rosi (ma potrei dire di Pojer & Sandri, di Grigoletti, di Cesconi, di Zeni, del San Leonardo, come dimenticarlo, o del Scienza Vallarom, oltre che naturalmente della regina ineffabile che è impersonata dalla Foradori, eccetera eccetera e mi scuso con quelli che non ho citato). Ma li conosco come lotto di produttori artigianali accuratissimi, non come trentini. Grandi vini. Per quanto, se proprio debbo trovare un appunto a tacere del prezzo che spesso non è abbordabilissimo visto che i rossi costano mediamente intorno ai 15, è che si assomigliano tutti un po’. Probabilmente, questa è una mia idea, il fatto che da trent’anni tutti i nostri contadini frequentino la mitica scuola di San Miche al’Adige porta a vedere una mano unitaria nella conduzione dei vigneti e nella pratica di cantina. Servirebbe quindi più coraggio e svincolarsi un po’ dagli schemi, ma capisco che sia più facile a dirsi che a farsi. E questo discorso porta troppo lontano.

Il vino trentino invece prodotto massivamente nel suo insieme mi sembra un po’ come i Trentini: serio, costante, sicuro e affidabile, poco incline al marketing. Un vino che ha meno visibilità e meno meriti di quanto sarebbe giusto che avesse. Comunque è un vino tendenzialmente gradevole e piacevole. Credo che dei problemi di queste produzioni avranno parlato e più propriamente nel corso di questa giornata gli altri numerosi relatori ed è inutile che mi ci soffermi io.

Non vorrei andare troppo lungo, e per chiudere però io credo che avrei una proposta da fare. Sull’osservatorio l’ho già scritta, quindi non è proprio una novità, ma desidero riproporla qui. Va bene che noi trentini siamo un po’ tutti convinti di essere sempre i migliori, al punto che l’immagine giusta per i Trentini non sono le Dolomiti, o il lago di Garda o le splendide cittadine come Ala, ma paradossalmente le piramidi di Segonzano, tutte vicine, tutte uguali e tutte separate ciascuna con il suo sasso pesante sulla testa. Ma cosa è che impedisce, con l’aiuto della Provincia che qui avrebbe si un suo ruolo, di trovare elementi estrinseci che accomunino il vino trentino. Per esempio una capsula uguale per tutti. O una bottiglia che riporti un logo uguale per tutti. Un logo che accomuni e che non faccia torti a nessuno: potrebbe essere la mia effigie di profilo (scherzo) ma l’acquila di San Venceslao sarebbe un bel simbolo da mettere su ogni bottiglia. Lo fanno in Francia, ogni bottiglia di Chateauneuf du Pape lo fa, Lizzy Tosi mi ha detto che anche in Austria lo fanno con una capsula biancorossa.

Insomma visto che il vino trentino non si distingue dalle caratteristiche intrinseche, visto che però il trentino di suo ha una bella immagine, non si potrebbe trovare qualcosa di estrinseco che li unisca questi vini?

 

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