MONDOMERLOT 2012

LA NAVE SCUOLA ALLA 13° EDIZIONE

Il Merlot è il vino che solitamente consente ai neofiti di avvicinarsi con soddisfazione al vino. Parlarne in generale è certamente sbagliato: è un vino ubiquitario che viene ovunque lo metti: ma non è detto che venga uguale. Assaggiare i vini in degustazione alla  13 Mostra dei Merlot d’Italia – MondoMerlot ne dà un chiaro esempio.

Tuttavia è un vino che, nella sua fascia accessibile, diciamo entro i 30 €, ha delle caratteristiche che rendono le bottiglie riconoscibili: il colore va dal violaceo al granato, di solito  in toni vivaci. I profumi sono fruttati e vanigliati, dato l’affinamento  in legno. In bocca di solito i piccoli frutti rossi, nelle versioni più giovani ecco tannini aggressivi e sapori balsamici, negli esemplari più datati si trovano bouquet di evoluzione ed i sapori del tabacco del cuoio e della liquirizia.

Ma soprattutto è un vino dove è piuttosto facile scoprire sentori ed aromi, ed anche per chi comincia è facile. Per questo è un po’ una nave scuola, una cosa che va bene per iniziare. Dopo si tende ad avvicinarsi a vini più complessi, più spinosi, Diciamo che è un vino col tacco 12: interessa subito, poi si cercano -anche- altre cose.

Questa sua caratteristica è però, quantomeno in Italia, uno dei fattori che ne ha decretato una fama poco commendevole. In realtà, se si va a vedere all’estero, i vini più costosi sono merlot, come il francese Petrus. Ma è anche indicativo il fatto che uno dei vini premiati, il Vigna Dominin della azienda agricola Meroi Davino,che  trova  mercato soprattutto in Giappone, sia venduto intorno agli 80 – 100 Euro. Secondo la mia (modesta) opinione deve venderlo così in Giappone, altrimenti chi volete che se lo compri se lo proponesse a 18 € (che è quello che vale secondo il mio giudizio, avendolo assaggiato).

Insomma un vino dalla grandissima estensione, sia come luoghi dove lo coltivano, sia come qualità, sia come prezzo.

Aver fatto la manifestazione su questo vitigno è stata una bella scommessa dei Naldenéri, anche se mi viene da dire che come sensazione mi sembra che si stia attenuando. Rispetto agli anni scorsi, a meno che non sia un effetto generale della crisi che può assolutamente essere, però mi è sembrata un tono minore.

Tuttavia per stare ai vini, ne ho assaggiati di buoni e di buonissimi. Sia alla serata della premiazione , dove sono stato per la seconda volta dopo l’anno scorso, sia domenica mattina alla degustazione della mia Confraternita della Vite e del Vino (le foto si riferiscono a quelli).

Io credo che sia giusto dire due parole sui vini che ho assaggiato e sulle impressioni che ne ho tratto. Per questo rinvio ad un altro post le idee che ho raccolto.

Ultima cosa: il Mondo Merlot è un po’ anche l’evento che funge da compleanno per l’Osservatorio. Il primo articolo scritto fu infatti a seguito della partecipazione al Mondo Merlot di tre anni fa.

Un saluto dal vostro Primo Oratore


ROERO ARNEIS

VINO GEMELLO – UN POST PER ME

Sono legato a questo vino, e non so perchè. E’ un vino che bevo raramente, più o meno due bottiglie all’anno, con qualche amico.

Una volta, diversi anni fa al Vinitaly, dei tizi di cui non ricordo più nulla (purtroppo cose accadute prima del blog e quindi non ne ho tenuto memoria) mi raccontarono che la parola “Arneis” viene usata per indicare un personaggio un po’ strambo, un po’ come si usa anche in italiano (dal vocabolario Devoto Oli: arnese = persona che non dà nessun affidamento). In realtà, da quel che mi ricordo, arneis ha una tonalità più ironica e meno caustica di arnese.

Fatto sta che, a quanto ho capito, è un po’ un vino di risulta, almeno originariamente. A leggere la descrizione che ne fanno gli autori Fabio Giavedoni e Maurizio Gily nel libro “Guida ai vitigni di’Italia” (Slow Food Editore, Cuneo – ed 2011, pag. 63) veniva messo in mezzo alle vigne di nebbiolo, dato che la sua uva attirava gli uccelli grazie all’aroma, così che venivano risparmiate le uve rosse di maggiore pregio. Se ne faceva un vino dolce, come andava allora.

Adesso, rispetto ad allora, se ne tira fuori un bianco secco. Quello della mia bottiglia, bevuta quest’estate non accompagnata a nulla proprio come puro godimento, aveva un buon profumo fresco e fragrante, mentre il sapore è floreale e di frutta bianca, ma più mela bianca che pera, bello pieno, un po’ acidulo. Il colore è giallo paglierino, ma più giallo che paglierino.

Non so perchè questo vino mi piace: è per questo che mi piace. Mi piace come oggetto, perchè mi piace l’etichetta bianca, ed il nome Giacosa (in questo caso è Bruno) si associa a qualcosa di piacevole nel campo dei vini. Mi piace il vino perchè non è troppo difficile, quando lo offro ai miei amici, vedo che lo bevono volentieri, ma come una cosa interessante, molti lo annusano, come se sorprendesse tutti, un vino che non passa inosservato anche se non si sa esattamente del perchè di questa non-inosservanza.

Costa un po’, in enoteca lo pago sempre intorno ai 17 Euro. Ma, anche se non posso dire di averne sempre una bottiglia in cantina, tuttavia ogni anno ne consumo: certo va a periodi, qualche volta in enoteca non l’ho trovato. Siccome sono poco esigente in quei casi ho comperato altri vini, e pazienza. Altri Arneis però no: ci ho provato, ma non mi piacciono tanto. Mi piace proprio questo.

Nota: è quando scrivo questi post che mi sembra che l’Osservatorio, in fondo, è proprio un diario personale. Arneis è stato anche il mio primo nick-name quando ho aperto l’Osservatorio: erano proprio altri tempi.

Un saluto dal vostro Primo Oratore


PICCOLO APOLOGO DELLA QUALITA’

IL VINO BUONO SCACCIA IL VINO CATTIVO

A proposito del vino di qualità e di mio padre, che ho citato nel convegno SKYWINE di Ala, vorrei raccontare una storia minore, anche perchè a quanto ho capito dagli studi delle scienze cognitive, una storia resta più impressa che una trattazione.

Natale scorso:

protagonisti

– un burbero e severo signore della vecchia guardia (mio padre)

– un uomo nel pieno della sua vita (io)

– una bottiglia di sciavetta

– una bottiglia di Graminè ed una di Pergole (Longariva)

Mio padre dice che il suo vino da pasto è la sciavetta -annotazione per i non trentini; il fonema iniziale “sci” di sciavetta non si legge come la parola italiana “sciare” ma come la parola “cipolla” con anteposta la parola “s” -tipo “s-cipolla”-        vino semplice, lieve e non impegnativo. A me la schiava non piace e quindi per il pranzo di Natale vado appositamente a prendere una bottiglia di schiava uguale a quella che il papà beve tutti i giorni. Una bottiglia semplice da litro, normalissima, non sto a citare l’etichetta perchè sarebbe ingiusto: presa singolarmente è una bottiglia bevibilissima.

Per me e gli altri pochi bevitori che hanno qualche interesse, metto in tavola un Graminè, pinot grigio vinificato da Marco Manica della Longariva di Rovereto, un vino mediamente sopra la media secondo me e comunque mai paragonabile al pinot grigio massivo prodotto in Trentino.

Dunque mio padre ha il suo bicchiere di schiava col suo colorino rosato, io il mio bicchiere di Graminè con il suo spettacolare color ramato brillantissimo. “Fame tastar ‘sto vin” (= fammi assaggiare questo vino) dice mio padre, ed io ovviamente gliene verso un po’. Lo assaggia gli piace, e la bottiglia di Graminè finisce mentre la schiava resta in tavola: ne è stato bevuto solo un bicchiere (il primo).

Finito il Graminè, scendo in cantina e purtroppo non ne trovo una seconda bottiglia: quindi pesco a caso un bianco, il Pèrgole, -pinot bianco- sempre del Longariva. Di nuovo “fame tastar” e di nuovo si finisce che beviamo tutti solo quello. La schiava resiste immobile fino a fine pasto.

Morale:  produrre vini di qualità ha un significato. Non c’è bisogno di essere allenati alla degustazione ed alla descrizione dei vini per tirar fuori (= distinguere) un vino buono da uno scarso. La qualità si fa strada da sola anche davanti al pregiudizio, ed il vino buono, contrariamente alla moneta, scaccia quello cattivo.

Cosa vuol dire? Mah, ognuno tragga un po’  la morale che vuole. A me sembra una storiella carina e piena di perchè.

Un saluto dal vostro Primo Oratore.


IMPRESSIONI A CALDO

PILLOLE DI SKYWINE

Disclaimer: conosco Tiziano Bianchi  e mi ha invitato lui come relatore. E’ un uomo dal quale sono quanto di più diverso, ma lo stimo molto.

Ciò detto ecco le mie impressioni a caldo sulla manifestazione.

Il palazzo dove è stata svolta la baracca è favolosamente bello. Già al di fuori, sulla piazza principale, si respirava un’aria finto-medievale con personaggi in costume, ma io non avevo nè tempo nè voglia e mi sono catapultato dentro. Il primo che si incontra è quel rusticone -ma bravo- di Bellaveder. Ho assaggiato il suo spumante, blanc de blancs assoluto, senza nessuna aggiunta di niente salvo i lieviti. E’ buono ma non voglio dedicare tempo alla degustazione, me lo bevo, è fresco e chiacchiero con qualcuno. Sono contento perchè non vedo la solita compagnia di giro ma anche qualche faccia nuova. C’è tanta gente che va e viene, nel giardino interno si aggirano anche vistose signore, io mi trattengo a parlare con Gianni Morgan Usai -di cui ho fatto la conoscenza- e con Mario Pojer: mi ero avvicinato per ringraziarlo dell’invito che mi aveva fatto per il Vinix Live, ma abbiamo parlato d’altro.

Poi sono salito a vedere le relazioni. Mi piace sempre e mi interessa sentire gli esperti. La sala è piena, ed in alcuni momenti tanta gente sta in piedi. Gli ospiti si susseguono con un buon ritmo e non c’è tempo di addormentarsi, anche perchè un bel tipo col corno (non ahimè il corno inglese dell’ora che lenta s’annera) richiama all’ordine e non fa sgarrare nessuno (a parte l’asesor, che ha intimorito il cornista intervenendo per più tempo del previsto: ma in fondo è giusto così, rappresenta pur sempre la Provincia!)

Prima di fare qualche commento agli interventi che mi hanno interessato di più, debbo dire che è successa una strana cosa: mi conosce più gente di quello che credevo, evidentemente mi leggono il blog. Ma tantissimi sono quelli che nulla sanno. Alcuni mi chiedono quanti accessi abbia l’Osservatorio. Solo che io non ne ho una gran percezione: faccio questa cosa per hobby, Armin Kobler ha sintetizzato che non sono un blogger carrierista, ed in effetti fra il poco tempo e la poca voglia di star sempre lì ad imparare cose di informatica, alla fine non è null’altro che un blog sospeso a mezz’aria: non l’ho mai connesso ai social network tipo twitter o facebook, tanto chissenefr … Eppoi io saprei come fare per aumentare gli accessi: le solite cose, fare polemiche, fare commenti sul altri siti importanti, tipo Intravino, mettere riferimenti a qualche fatto che tira ad es. ,altro che lato B,  Kate Middleton che mostra la patata ma non dedico tutto il tempo libero all’Osservatorio che può benissimo restare quello che è.

Eppoi che importa se ho tanti o pochi accessi, punto tutto sulla qualità e chi non mi legge peggio per loro (e peste li colga – scherzo)

Andiamo alle relazioni.

Non posso dire che tutte le relazioni mi siano piaciute. Il presidente dell’Ordine dei Giornalisti della provincia ha tracciato una linea di demarcazione fra chi comunica e chi fa il giornalista: perfetto e la sottoscrivo al 100 %; speriamo solo che i suoi colleghi abbiano preso buona nota perchè a me sembra possibile che accada talvolta il  il contrario: inoltre equiparare i blogger ai giornalisti quanto alla tendenza al markettume è quantomeno improprio visto che i giornalisti sono un ordine con un codice deontologico -almeno credo- mentre i blogger non sono altro che privati cittadini, liberi di dire quello che gli pare per i motivi che loro pare.

Interessante l’intervento, partito tecnico ed arrivato emozionale, del direttore di Trentino Marketing.

Le parole di Angelo Rossi le ho ascoltate volentieri, si tratta di cose di cui abbiamo parlato un’infinità di volte, davanti ai tanti bicchieri di vino assaggiati insieme in questi anni. Kobler la solita simpatia e chiarezza.

L’intervento dell’ambasciatore di Trentino Wine Blog Morgan Usai non l’ho capito: istrionico e irriverente si, ma anche leggerino, sarà sicuramente una carenza mia.

Ultime cose: è stata un’esperienza affascinante per me conoscere gente con cui finora avevo avuto solamente rapporti virtuali, mi riferisco a Gianpiero Nadali-Aristide, ad Elisabetta-Lizzy Tosi e ad Angelo Peretti . Peccato che Ziliani ha dato forfait: ma perchè?

Per ultimo ho scambiato due chiacchiere col Marchese Guerrieri Gonzaga: dubito che avrà apprezzato il mio intervento; ma io parlavo del vino trentino, il San Leonardo non è -solo- vino trentino, è semplicemente uno spettacolo, è un’altra cosa, fuori concorso, è una delle bandiere della produzione viticola, diciamo.

Sono tornato a casa con un buon sapore in bocca: un po grazie al San Leonardo che astutamente ho voluto degustare per ultimo, ed un po’ per aver visto Skywine coronata dal successo.

Un saluto dal vostro Primo Oratore (oggi più che mai).


SKYWINE IN DIRETTA

PER CHI SEGUE LA DIRETTA

Clicca qui per la diretta di SkyWine ad Ala, oggi.

 

Di seguito pubblico anche la traccia dell’intervento che farò quest’oggi ad Ala.

Il titolo che mi è stato affidato, considerando anche il motivo per cui sono qui deve guardare il vino dal lato del consumatore (per i probabilmente molti che non lo sanno, da circa tre anni -che per il web non sono pochi- tengo il blog Osservatorio del Vino che affronta il vino, soprattutto trentino- dal punto di vista del consumatore consapevole).

La prima cosa che vorrei dire è questa (la fonte è il blog La Scienza in Cucina di Bressanini, un sito veramente superiore alla media e che consiglio di andare a cercare): già percepire un vino è difficile, e mediamente un consumatore inesperto non ci riesce. Non solo, ma riesce così poco a giudicare un vino, che di solito ha un’impressione inversa rispetto a quella tecnica che ha un professionista. Mi spiego meglio: alcuni ricercatori delle branche economiche (il gruppo di Roman Weil professore di economia alla Graduate School of Business dell’Università di Chicago. Appassionato di vino e cofondatore della Oenonomy society: un gruppo di economisti e studiosi dediti per passione allo studio e all’apprezzamento del vino) hanno proposto il test triangolare (Norma ISO 4120:2004) a consumatori ordinari e a consumatori esperti per verificare i loro giudizi relativi a bottiglie molto costose o a prezzo conveniente. Per chi non sapesse come funziona il test triangolare, è così: si prendono due coppie di vini, mettiamo un vino rosso base ed un riserva –che ordinariamente costa di più. Con le etichette coperte, si scarta una bottiglia e si versano un bicchieri da ciascuna delle tre rimanenti. In questo modo ci saranno tre bicchieri formati da una coppia di vini uguali ed uno diverso. Gli assaggiatori devono distinguere i due tipi di vini e giudicare quello che ritengono migliore: ad esempio devono dire: dei tre vini, il numero 1 è uguale al numero 3, e diverso dal 2, ed io preferisco il 2.

Ebbene, la maggior parte degli assaggiatori non riesce a distinguere i due vini. Non solo, ma anche quando li distingue, una buona parte, circa la metà tende a preferire quello considerato minore, cioè il base rispetto al riserva, o l’annata meno favorevole rispetto all’altra. In particolare però, è accaduto che i vini più complessi e complicati, per gustare i quali si deve avere una certa esperienza, sono apparsi meno gradevoli ai consumatori normali. Questo a significare che paradossalmente, in fatto di gusti di vino i consumatori non dovrebbero ascoltare gli esperti, visto che questi ultimi apprezzano cose che noi comuni mortali manco capiamo. E questo è evidente se pensiamo che succede così anche con le opere d’arte. All’aumentare della nostra competenza troviamo dei dettagli e delle sfumature che normalmente ci sfuggono. Ed alcune poi, penso all’arte contemporanea, non riusciamo nemmeno a capirle se non abbiamo una qualche competenza.

Ma torniamo al vino: come volete percepirlo il vino trentino, la verità è che è difficile percepire un vino in quanto tale. Sia per quello che vi ho detto sulla difficoltà in sé e per sè, sia perché in generale il Trentino ha imboccato, come scelta massiva intendo, la strada dei vitigni internazionali. E, peggiorando la situazione, ha anche scelto di non dare al vino trentino dei nomi legati al territorio, ma dei nomi dei vitigni. Così è chiaro che mentre gli altri hanno il Barolo, il Barbaresco, il Brunello di Montalcino, ma anche il Nero d’Avola o il Verdicchio di Iesi per stare su esempi minori, noi abbiamo il Cabernet Sauvignon, o il Merlot, o il mitico Pinot Grigio. Forse avremmo potuto avere una speranza col pinot nero, ma non abbiamo saputo o potuto difendere il territorio, e così anche il pinot nero (Borgogna in Francia) lo fanno dappertutto. Non abbiamo avuto nemmeno il privilegio della lingua, quantomeno sul mercato interno, come gli altoatesini, che fra Kerner, Veltliner, Gewurtztraminer, Sylvaner riescono a marcare una differenza territoriale.

Non a caso, credo, i vini che si distinguono bene sono il nostro blockbuster che è lo spumante (sebbene suo nome Trentodoc non sia un granchè in effetti) e un vino di nicchia che è il Vino Santo: guarda caso nomi ti posti, e non di vini.

Per questo ciò che è accaduto, secondo me, è che solo alcuni produttori, e mi riferisco in generale ai vignaioli, riescono a distinguersi, per cui io so che il pinot nero di Longariva (dico come esempio) mi piace e lo riconosco, e così i vini di Francesco Rosi (ma potrei dire di Pojer & Sandri, di Grigoletti, di Cesconi, di Zeni, del San Leonardo, come dimenticarlo, o del Scienza Vallarom, oltre che naturalmente della regina ineffabile che è impersonata dalla Foradori, eccetera eccetera e mi scuso con quelli che non ho citato). Ma li conosco come lotto di produttori artigianali accuratissimi, non come trentini. Grandi vini. Per quanto, se proprio debbo trovare un appunto a tacere del prezzo che spesso non è abbordabilissimo visto che i rossi costano mediamente intorno ai 15, è che si assomigliano tutti un po’. Probabilmente, questa è una mia idea, il fatto che da trent’anni tutti i nostri contadini frequentino la mitica scuola di San Miche al’Adige porta a vedere una mano unitaria nella conduzione dei vigneti e nella pratica di cantina. Servirebbe quindi più coraggio e svincolarsi un po’ dagli schemi, ma capisco che sia più facile a dirsi che a farsi. E questo discorso porta troppo lontano.

Il vino trentino invece prodotto massivamente nel suo insieme mi sembra un po’ come i Trentini: serio, costante, sicuro e affidabile, poco incline al marketing. Un vino che ha meno visibilità e meno meriti di quanto sarebbe giusto che avesse. Comunque è un vino tendenzialmente gradevole e piacevole. Credo che dei problemi di queste produzioni avranno parlato e più propriamente nel corso di questa giornata gli altri numerosi relatori ed è inutile che mi ci soffermi io.

Non vorrei andare troppo lungo, e per chiudere però io credo che avrei una proposta da fare. Sull’osservatorio l’ho già scritta, quindi non è proprio una novità, ma desidero riproporla qui. Va bene che noi trentini siamo un po’ tutti convinti di essere sempre i migliori, al punto che l’immagine giusta per i Trentini non sono le Dolomiti, o il lago di Garda o le splendide cittadine come Ala, ma paradossalmente le piramidi di Segonzano, tutte vicine, tutte uguali e tutte separate ciascuna con il suo sasso pesante sulla testa. Ma cosa è che impedisce, con l’aiuto della Provincia che qui avrebbe si un suo ruolo, di trovare elementi estrinseci che accomunino il vino trentino. Per esempio una capsula uguale per tutti. O una bottiglia che riporti un logo uguale per tutti. Un logo che accomuni e che non faccia torti a nessuno: potrebbe essere la mia effigie di profilo (scherzo) ma l’acquila di San Venceslao sarebbe un bel simbolo da mettere su ogni bottiglia. Lo fanno in Francia, ogni bottiglia di Chateauneuf du Pape lo fa, Lizzy Tosi mi ha detto che anche in Austria lo fanno con una capsula biancorossa.

Insomma visto che il vino trentino non si distingue dalle caratteristiche intrinseche, visto che però il trentino di suo ha una bella immagine, non si potrebbe trovare qualcosa di estrinseco che li unisca questi vini?

 


TESORINI NASCOSTI ALLA CANTINA DI ALDENO

PERCORSO NETTO

Consumatori fra attese, suggestioni e consapevolezza
Come viene percepito il vino trentino dal consumatore finale?

Questo sopra è il titolo (con relativo sottotitolo) dell’argomento su cui dovrò intervenire domenica prossima allo Skywine di Ala.

Per rinfrescarmi le idee sono passato alla Cantina Sociale di Aldeno. E’ una cantina vicina al mio ufficio e dove non passavo da anni. Ho trovato inaspettatamente tutte cose che mi aspettavo e insieme non mi aspettavo. Innanzitutto è un posto molto tranquillo e serio. Hanno due linee di vini, una di vini “base” ed una di vini “alti”.

I vini base sono vini assolutamente semplici e precisissimi. Per fare la prova del nove ho preso in assaggio un pinot grigio. E’ un vino che fanno tutti in Trentino, credo sia, nel bene e nel male, un caposaldo della produzione vinicola locale. Vado a memoria ma salvo errori dovrebbe aggirarsi intorno al 30 % della produzione vinicola del Trentino. E’ un vino onestissimo, vinificato in bianco e non in ramato. E’ un vino che mi aspettavo: non l’ho preso per solo per verificarne le eventuali qualità, ma per capire come lo posizionerei rispetto agli altri vini di questa tipologia. Bene, mi è sembrato sostanzialmente uguale agli altri. Profumi, abbastanza tenui a dire la verità, di pera è forse qualche ricordo di banana. E’ un vino molto acido con la creazione di una salivazione copiosa. Insomma un vini diritto ed in piedi. Non aspettatevi la cuspide del vino, ma aspettatevi un vino come quasi tutti i pinot grigi trentini. Però, e scusate se è poco, è un vino che ti vendono intorno a 5 euri!!!!

Ho poi provato un traminer aromatico: ora io considero questo uno dei vini più difficili da trovare buoni. Fuori dalla zona vocata di produzione, cioè la zona di Termeno, è difficile trovarne di superlativi. Questo è un buon vino, ha di buono il fatto di avere dei descrittori senza dubbio chiari e pronunciati, ma soprattutto di non essere eccessivamente caricato su quelle note dolci che lo fanno diventare stucchevole alla lunga. Invece anche questo è un vino beverino e piacevole senza stancare. Vengono fuori profumi floreali, tipo arancio, qualche spezia, in un bel colore paglierino non troppo giallo. E’ sotto i 10 euri.

Ma la sorpresa è venuta  alla fine. Mi hanno proposto il San Zeno, presentato con una certa magnificenza come “il vino di punta della cantina”: debbo dire, sinceramente, che potevo aspettarmi il solito taglio bordolese di fascia media, cioè scalpitante e con i sentori erbacei dei peperoni e del cabernet franc. INVECE NO! Il millesimo 2007 che mi hanno versato era assolutamente fruttato, tannico, tosto senza impattare. Sostenuto ancora da una buona acidità, nel suo colore di vino ormai maturo, non sfigurava affatto nei miei ricordi rispetto ai tagli bordolesi trentini buoni che si bevono. Viene via a 8.90 in cantina, che è circa 5 euro meno dei suoi competitori.

Insomma questa visita alla Cantina di Aldeno conferma che quello che manca veramente ai vini di questa produzione non è la qualità, non è la piacevolezza; non manca la varietà e non mancano i descrittori. Al massimo manca un po’ di marketing. Chi è furbo, ed io modestamente in questo caso ho avuto la fortuna di esserlo, dovrebbe scegliere questi vini: sono buoni, probabilmente vincerebbero molte degustazioni alla cieca: investendo evidentemente poco in marketing, perchè onestamente non è una cantina notissima, riescono a comprimere il costo, e questo è veramente un bel colpo per il consumatore.

Insomma io sono venuto via con quella sensazione di contentezza di chi ha scoperto una -piccola, per carità- rarità e che vorrebbe condividerla con tutti. Un po’ come quando si trova un bel libro e si ha voglia di condividerlo con tutti.

Provare per credere.

Un saluto dal vostro Primo Oratore.


ASPETTANDO SKYWINE

RACCOGLIENDO LE IDEE PER SKYWINE

Il prossimo fine settimana ad Ala (Trentino del Sud) c’è SKYWINE.

Ho già pubblicato un post, e vi indico nuovamente anche il sito ufficiale della manifestazione.

Siccome hanno avuto l’idea di invitarmi come relatore, sto raccogliendo le idee. Il discorso completo non l’ho ancora preparato e probabilmente dovrò anche orientarlo a seconda di come andrà la giornata, ma c’è un pensiero che mi gira in testa e che potrebbe fare da caposaldo, fondato su un fatto che mi ha sinceramente sorpreso.

Io ho sempre creduto che ci sia una forte correlazione fra il vino ed il suo prezzo. Ma questa è una cosa ovvia. Meno ovvia però diventa se si riflette sulla circostanza che sono i consumatori coloro che VERAMENTE hanno presentissima la correlazione fra il vino ed il prezzo. Infatti gli esperti, giornalisti, specialisti e altri …isti sovente degustano vino che viene loro regalato e quindi non sentono, prima di bere il vino, i caratteristici sentori di cuoio che emana il loro portafogli 🙂 quando devono estrarlo davanti alla cassa.

I consumatori base, invece conoscono benissimo il prezzo dei vini e quindi, nel dare il giudizio, spesso bilanciano tutto.

Ma, ed è questa la cosa che mi ha impressionato di più, è che ho trovato uno studio, condotto seriamente, anche se probabilmente non definitivo per l’esiguità del panel testato,  secondo cui c’è una relazione inversa fra i tipi di consumatori ed i tipi di vino assaggiato.

Nel senso che salta fuori che c’è una correlazione negativa fra i giudizi che danno gli esperti di un certo vino e i giudizi che ne danno i consumatori non esperti, come io nonostante tutto penso di essere. Cioè, detto in altre parole, non solo un inesperto non ha senso che spenda certe cifre, indicativamente sopra i 25 €, per il vino, dal momento che non riesce a percepirne la differenze con un vino da 10 €, ma oltre quella certa fascia di prezzo il vino gli piacerà DI MENO del vino da 10 €. Questo perchè la competenza che ci vuole per poter apprezzare un vino costoso è tale che gli esperti percepiscono come positive cose che gli insperti considerano al contrario negativamente.

Insomma, è la solita storia: anche di fronte a certe opere d’arte da inesperti non percepiamo niente di significativo, o di positivo, ma se invece diventiamo più competenti percepiamo sfumature, riferimenti, delicatezze che prima ci scappavano. Ed in effetti quando incontriamo un esperto di storia dell’arte càpita che questi apprezzi tantissimo un’opera d’arte che noi consideriamo invece pessima, e magari anche più brutta della stampa -di valore vile- che abbiamo a casa sopra il divano.

Cosa sarebbe la morale di questa storia? Sarebbe il fatto che non conviene fidarsi del parere degli esperti, di coloro che hanno una competenza di degustazione troppo ampia rispetto alla nostra. Perchè ci daranno consigli sbagliati. E’ meglio dunque fidarsi del parere dei bevitori dilettanti (anche se non è commendevolissimo nè elegantissimo da dire).

Se ciò abbia relazione con ciò che dicono le guide specializzate, i blogger specialisti eccetera, chissà.

Resta solo un problema: come si fa a convincere le persone della propria inesperienza quando il linguaggio e le pose di questo mondo del vino qui hanno spinto di fatto per il contrario??

Un dubbioso saluto da parte del vostro Primo Oratore.