PINOT NERO FRANCIA E TRENTINO

TRENTO – FRANCIA 1-1 (D.t.s.)

Ho aperto due bottiglie di pinot nero del 2007.

Una a kilometri zero, ed una di sua maestà la Francia.

Pinot nero Zeni (TN) del vigneto Spiazol vigneti delle Dolomiti – Grumo – Trento la prima.

Maranges, Appellation Maranges Controlee Louis Latour a Beaune cóte d’Or la seconda. Che bello il francese per queste cose!

La cosa che posso dire, con perplessità, che a prima vista le cose in comune sono tante; a guardare i dettagli nemmeno una. Entrambe le bottiglie hanno una forma borgognotta ma quella trentina è più alta e scura, quella francese più bassa e di un verde chiaro.

La bottiglia francese ha un’etichetta semplice e sofisticata come spesso succede nelle bottiglie francesi con una grafia corsiva elegante. L’etichetta trentina gioca sulla trasmissione del lusso, con i colori oro e la scritta in argento, ahimè poco leggibile. Se mi capite mi ricorda più un’etichetta da spumante che da rosso.

Il tappo delle due bottiglie è di sughero ma diversissimo. Quello francese sembra di qualità inferiore, più piccolo. Entrambi portano il nome del produttore in lettere maiuscole.

Nel bicchiere di nuovo distinzioni. Il francese è chiaro e scarico, talmente scarico che si incanta fra il rosa e l’arancione. Il trentino invece è un rubino pieno e ancora trasparente. Entrambi brillanti, di più il trentino.

Il trentino gioca in trasferta su profumi ed aromi. Il francese è a casa sua.

La bottiglia trentina nasce nell’ultima zona italiana dove il pinot nero viene buono. Più a nord del Trentino prosegue l’Italia ma parte della popolazione è tedesca. Invece Beaune è Francia senza nessun dubbio.

E’ il prodotto italiano a dover essere confrontato con quello francese. Perché il francese è semplicemente perfetto. Si apre con sinuosa lentezza, dapprima chiuso: solo un profumo di piccolo alcol ne esce. Il nostro invece ti conquista subito. I profumi escono come dalla bocca di un phon, impetuosi, potenti e caldi. Non immediatamente i descrittori ma la vaniglia. E un non so che delle produzioni trentine. Riconosco subito questi profumi, di frutta e ciliegie sotto spirito. Frutta intensa. Gustativamente è buonissimo. Resta bene per tutta la sera nei suoi frutti rossi, nella sua alcolicità potente –ha 14 gradi- nella sua rotonda morbidezza e nel suo calore circonfuso. Direi che è la felicità a 18 €, mi sembra di averlo pagato circa così.

Mentre il trentino mi ha già offerto le sue virtù, l’altro è ancora lì che aspetta, sembra una bevanda leggera, questo chiaretto senza pretese, un po’ polveroso. Di colpo, ad avvicinare il naso,  esce un ruggito: balsamico e quasi una pietra focaia nella bocca. Marmellata di fragole fresche delicata e forte nello stesso momento, accompagnano questa linea diritta e con pochi tannini di una tonalità continua. Forte e diritto senza essere polputo nè largo né pesante.

Di questa bottiglia si apprezza soprattutto la misura. E’ esattamente come deve essere. Un po’ come quando ti siedi nella tua macchina e trovi il sedile regolato proprio per la tua statura, lo specchietto lì dove deve essere e così il pomello delle marce e le frecce ed il volante. Non di più, e nemmeno di meno: esatto. O come quelle poltrone di design che ti accolgono esattamente come deve essere.

Beviamo in tre, uno dei commensali beve poco e c’è tutto il tempo di fare assaggi e comparazioni.

Come gusto entrambi i sono assolutamente indimenticabili. Ed entrambi li berrei sempre. Da questo confronto non esce un vincitore ed un vinto. Esce esattamente quello che ho visto all’inizio. Un trentino ed un francese. Un francese più caro, mi pare intorno ai 28 €urò (o forse 36, non ricordo bene ma chissenefr…). Alla sera il francese ha un’incollatura di vantaggio. Ma il giorno dopo, diciamo d.t.s. dopo i tempi supplementari, trovo il Zeni ancora in piedi, mentre il francese si è un po’ appiattito.

Paradosso: questo pinot nero del Zeni ricorda di più tanti fratelli rossi  del Trentino che il suo omologo vitigno fratello francese. Un vino assolutamente del territorio. Sarà la terra, sarà l’aria, chissà.

Un saluto dal vostro Primo oratore.

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2 commenti on “PINOT NERO FRANCIA E TRENTINO”

  1. Angelo Rossi ha detto:

    Mi sono goduto, caro PO, nel leggerti, quasi fossi il quarto fra i tuoi commensali. Il pensiero, trattandosi di Pinot nero, è corso subito e doverosamente a Claudio Ajelli, medico trentino e Gran Maestro della Confraternita della Vite e del Vino negli anni ’80. Cultore massimo del Borgogna e della Borgogna, unico italiano a potersi fregiare della cittadinanza onoraria di Digione patria d’elezione del Pinot nero e dei reali di Francia. Negli anni ’70 aveva pubblicato un dettagliato studio comparativo fra l’ambiente trentino e quello omologo d’oltralpe partendo dall’osservazione che Trento sta sul parallelo di Digione. E’ servita molto alla piccola Trento di allora, soprattutto sul piano psicologico dei produttori, la verifica scientifico-tecnica delle analogie ambientali con i fratelli maggiori. Al punto che, quando si trattò di dover documentare al Ministero dell’Agricoltura la richiesta di Denominazione di Origine Controllata “Trentino” anche per il Pinot nero, lo studio del dott. Ajelli fu documento fondante per sancirne il diritto.
    Sappiamo anche, e purtroppo, che in seguito – cambiati i tempi – le documentazioni storico-tradizionali di coltivazione di un determinato vitigno, zona per zona, si iniziarono a costruire ad “usum delfini” cosicché, nel breve volgere di qualche decennio, tutt’Italia fu considerata idonea alla coltivazione del Pinot nero, ma anche e soprattutto, di Chardonnay, Merlot, Cabernet e via elencando. Ricordo anche che i cugini francesi rimasero a lungo sconcertati per questa svolta politica italiana, loro che – la storia dei Duchi di Orleans ne è piena – si batterono allo spasimo per non derogare nemmeno di un metro dai confini territoriali che la tradizione voleva assegnati a questa o quella Maison. Giusto, quindi, che a distanza di 300 anni le loro bottiglie valgano il triplo delle nostre, a prescindere dalla qualità intrinseca.
    Ecco, in definitiva, caro PO, la differenza che ho riscontrato all’assaggio virtuale dei due vini: all’ottimo Pinot nero trentino si è contrapposta l’emozione del borgognone, interprete della sua storia.
    A distanza di anni dalla scomparsa di Caludio Ajelli, i molti vignaioli che lo conobbero (ed io con loro), giudicandolo talvolta fin troppo severo, potrebbero riconoscergli anche una lungimiranza di vedute accanto all’indiscusso amore per il Bourgogne, come lo chiamava lui. Viviamo, infatti, un’epoca di profondi cambiamenti e – se Dio vorrà – ci sarà spazio per tutelare meglio tipologie particolari, come particolare resta il Grande Pinot nero. E su questo dobbiamo concordare: o è Grande o il Pinot nero non è degno del nome che porta, meglio venderlo con nome di fantasia o tagliarlo con qualcos’altro. A’ la santè!

  2. Primo Oratore ha detto:

    Grazie Angelo. Uno dei commensali lo conosci bene, è il Grande Logoteta della Fibess. Sai che una cantiniera mi avrebbe anche proposto di andar da loro ad assaggiare il loro pinot nero biologico, e quasi quasi un pensierino ce lo potremmo fare, no?
    Nel merito del tuo commento: qualche volta sembra veramente che le politiche guardino solo alla punta del naso, oltre mai. Noi pinot neri dovunque, i Francesi a difendere ogni centimetro quadrato: poi i Francesi sono i Francesi -nel vino- e noi siamo noi.
    Però vuoi mettere, qualche assessore comunale/regionale o qualche deputato/senatore avrà avuto il suo bel tornaconto e si va avanti così.
    Ciao Po