VINO BIOLOGICO EUROPEO

Trilogia 2.2

IN CAMPAGNA SI, IN CANTINA NO

Questo post, vi avverto che un po’ lungo, è la continuazione di uno precedente. Chi vuole vederlo legga qui

Sono convinto, per esperienza personale, che l’avvento della chimica sia stato vissuto in buona fede e speranza progressista come la liberazione da tante fatiche. Ed infatti, senza generalizzare per carità, ma una coscienza differente sembra ce l’abbiano spesso i vecchi che nella chimica -e senza sapere ciò che gli sta dietro- vedono, magari visceralmente, il superamento di terribili problemi del passato.

Successivamente alcune generazioni di agricoltori -alcuni li conosco personalmente- hanno incominciato a mettere in discussione i trattamenti. E a orientarsi, di solito progressivamente, verso produzioni “bio” per non vivere in mezzo ai pesticidi che loro stessi spargevano.

Desidero, con un inciso, chiarire che quando uso la parola chimica mi riferisco ai trattamenti dannosi o esorbitanti: perchè la chimica in sé non è affatto dannosa, anzi è presente come alleato prezioso nella nostra vita e chi vuole togliersi qualche curiosità, anche pratica, può incominciare a curiosare qui.

La coltivazione di prodotti biologici ad un certo punto diventa un business. Ed infatti se ne occupa la Comunità Europea. Ma se ne occupa dal lato della informazione al consumatore (etichettatura e pubblicità) indicando quali sono le sostanze ed i trattamenti autorizzati al fine di poter inserire in etichetta il metodo di produzione biologico nonché il logo comunitario.

Nel primo regolamento comunitario che è il 2092 del 1991 la viticoltura è espressamente esclusa.

Bisogna arrivare al nuovo regolamento, n. 834 del 2007 che abroga il precedente del 1991, per veder inclusa anche la produzione di vino.

Il regolamento è veramente una bella norma. Spiega con chiarezza e buonsenso cosa si deve fare per essere considerati produttori biologici. Anche la terminologia utilizzata dà proprio l’idea di un’attenzione particolare ad aspetti che vanno ben oltre la differenziazione di un prodotto rispetto agli altri. Gli articoli iniziali infatti pongono molta attenzione alla sostenibilità, alla diversità biologica, all’impiego responsabile dell’energie, ecc. Insomma una visuale “verde”.

Verrebbe voglia di acquistare questi vini solamente per tutta la sostenibilità che devono tirarsi dietro.

Ma c’è un ma.

La normativa comunitaria regolamenta solamente la produzione biologica. Non affronta la vinificazione. All’indomani dell’adozione del Regolamento era partito anche un lavoro, denominato ORWINE, volto a fungere da base per l’adozione di un regolamento che disciplinasse con maggiore precisione la vinificazione.

Diciamo che il regolamento comunitario si ferma alle porte della cantina. Quello che succede dopo, nella fase di vinificazione, non è coperto dalla legge – naturalmente intendo ai fini della dichiarazione “bio” perché per il resto le leggi bastano e avanzano.

Le normative comunitarie, pur se redatte bene in generale, dietro di sé hanno sempre delle scie di “sangue” di battaglie legali e commerciali dei vari paesi, battaglie in cui noi Italiani annoveriamo cocenti sconfitte, come il caso del Tocai/Tokaj.

In effetti il progetto ORWINE, che pure ha dato luogo ad un bellissimo lavoro, è naufragato nel suo obiettivo per il mancato accordo, guarda un po’, sull’uso della solforosa.

Le posizioni che si sono fronteggiate erano sostanzialmente tre:

– la posizione tedesca secondo la quale i limiti di solfiti aggiunti dovevano essere gli stessi dell’agricoltura convenzionale;

– la posizione della Francia e Spagna e di altri proponeva dei limiti inferiori rispetto ai convenzionali;

– la posizione italiana puntava ad una riduzione iniziale per poi giungere progressivamente alla sua completa eliminazione.

Queste differenze rispecchiano interessi concreti. Ma anche posizioni oggettive, dal momento che se non ho capito male i climi tedeschi potrebbero richiedere quasi obbligatoriamente l’aggiunta di solfiti. Tuttavia non è il mio campo, potrei sbagliare.

Dunque la regolamentazione della fase di vinificazione “biologica” resta una materia non coperta dalle normative comunitarie. Del resto non è possibile approvare normative nazionali in quanto la materia sembrerebbe di competenza esclusiva della UE.

Hanno spazio solamente gli accordi fra privati cioè associazioni, che possono approvare disciplinari ai quali sottomettersi volontariamente. Ma gli accordi privati non sono obbligatori. Chi vuole stare fuori ne sta fuori. Chi vuole farsi la propria associazione, gruppo, sottoinsieme eccetera … può. Se si rispetta la legge comunitaria si può produrre bio anche senza far parte di associazioni (mi pare di aver capito).

Vi sono associazioni importanti che cito a caso, come l’AIAB, l’AMAB, l’AREPO, il CCPB, insomma ce n’è per tanti gusti.

Fatto sta che siamo in Italia dove se è possibile dividersi in gruppi lo si fa immediatamente. Non solo, ma se è possibile andare tutti contro tutti e “darsele” di santa ragione (metaforicamente. Tecnicamente sarebbe più corretto “dirsele”) è ancora meglio e ci si diverte ancora di più. Per questo non citerò nessuno.

Chi volesse un saggio di queste beghe può andare in giro per internet e ne troverà a volontà. La rivista Porthos, che è uno dei miei riferimenti, ha avuto scontri veramente significativi su questi argomenti su cui è sensibile.

La morale però è questa: nel campo della produzione biologica possiamo fidarci, perché c’è una copertura normativa comunitaria. La certificazione comunitaria non è “il nulla” e dal punto di vista della salute, tolti i problemi dell’alcol, è più tranquillizzante sapere che la produzione è biologica anziché no. Purtroppo rispetto al vino la scopertura normativa biologica della vinificazione è un handicap.

Quindi dobbiamo fidarci dei produttori. Ma naturalmente quando comperiamo una bottiglia “bio” al supermercato o in enoteca difficilmente sappiamo chi sta dietro. E non sempre è facile fidarsi di meccanismi certificativi privati che non conosciamo. Perché ci sono produttori biologici sul serio, per dire io credo nei Dolomitici per quanto abbastanza poco noti. Ma c’è anche quello che va in giro per le sue vigne biodinamiche col SUV, come racconta con garbata ma tagliente ironia l’Angelo Peretti.

Insomma il concetto di biologici applicato al vino è incerto, per intanto tutto è stato prorogato al 2012 con il regolamento comunitario 344/2011 dell’8 aprile 2011, e siamo in alto mare.

Per questo posso dire che anche il concetto di biologico, oltre la campagna, diventa una cosa opinabile. Ed è questa la radice che alimenta tante polemiche. Che non finiranno mai finchè la Comunità Europea non troverà un equilibrio. Mi sembra ahimè che però non sia periodo e che si stia occupando di titoli di credito e di azioni che si sono dimostrate, alla fine, più tossiche dei vini, sia tradizionali che biologici.

Un saluto dal vostro Primo Oratore.

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3 commenti on “VINO BIOLOGICO EUROPEO”

  1. […] Vino, riprende un discorso cominciato qualche giorno fa ed esamina il fenomeno del vino biologico (In campagna sì, in cantina no). L’altro post, invece, lo ho ho letto sul fondamentale blog I Numeri del Vino: […]

  2. Rolando ha detto:

    Certo, meglio un vino “biologico” (le virgolette per sottolineare la tua precisazione su produzione e vinificazione) che uno dove sia stata aggiunta gomma arabica o tannino liquido, sebbene non sia proprio sicuro che questi due additivi, di per se naturali, non si possano aggiungere ad un vino di coltivazione biologica.
    Ma certo che se si guardano gli additivi consentiti per il vino ‘industriale’, vien voglia di versarlo nel lavandino con su indosso una mascherina protettiva.

  3. […] Vino, riprende un discorso cominciato qualche giorno fa ed esamina il fenomeno del vino biologico (In campagna sì, in cantina no). L’altro post, invece, lo ho letto sul fondamentale blog I Numeri del Vino: un’analisi […]