CRONACHE DAI VINI AUTOCTONI – DUE

Trilogia 1.2

I VINI AUTOCTONI NON ESISTONO

Col post precedente ho tentato di delimitare il campo delle mie osservazioni. Ho anche dimostrato l’estrema vaghezza del concetto di vitigno autoctono. Ora, a parte le provocazioni, è chiaro che non ne può far parte il chardonnay, in quanto si tratta di un vitigno ubiquitario. Per quanto, a volerci ragionare un giurista che ci giustificherebbe questa cosa lo troviamo (basta pagarli..!). Per esempio il Cannonau si considera autoctono. Ma in Francia si chiama Grenache e in Spagna Garnacha: è sostanzialmente ubiquitario. Dove lo metti viene e fa anche un buon vino: non vedo in giro infatti tanti denigratori del Chateauneuf du Pape. Inoltre qualche considerazione, per esempio, sul pinot bianco penso che si potrebbe fare. L’elenco provinciale indica i vitigni ammessi ma non capisco se ciò ha attinenza con gli autoctoni.

Torniamo a noi: se si fa tutto questo parlare di vini autoctoni, perché i produttori trentini in maggioranza si ostinano a produrre il cabernet sauvignon e il merlot, il chardonnay e il pinot grigio?

La mia idea è che i vitigni autoctoni-tradizionali sono andati progressivamente scomparendo perchè non garantivano più il raggiungimento degli obiettivi per cui erano stati coltivati per anni ed anni. I contadini sono persone di cultura (materiale) ma sono anche imprenditori. Le loro aziende devono stare in piedi e dare loro il maggiore reddito possibile compatibilmente con i loro valori e con i loro interessi.

Quando i contadini trentini, ed insieme a loro le istituzioni o gli altri decisori tecnici e politici, hanno realizzato che produrre chardonnay e pinot grigio era più remunerativo che produrre pavana e verdealbara, non ci hanno pensato due volte.

Se con i vitigni tradizionali, non mi viene da chiamarli autoctoni perché ha poco senso, crediamo di poter sostenere l’economia vinicola trentina, stiamo imboccando la strada sbagliata. Se al contrario si tratta di consolidare una tradizione o di scommettere su una novità misconosciuta, allora è tutto diverso. E dobbiamo incominciare ad aiutare quegli eroi che sull’autoctono ci hanno scommesso davvero. Penso all’Enantio.

Un pregio questi vini ce lo avrebbero. Consiste nel fatto che riescono a veicolare l’idea stessa del territorio. Semplificando: il sinonimo di “Teroldego” è “Trentino”. Così come la parola nebbiolo/barbaresco/barolo significa Piemonte. Questo passaggio fa entrare in scena un concetto di promozione territoriale e di marketing pubblico. Il vino comincia ad essere un tassello della promozione. Allo stesso modo, per dire, delle Dolomiti e dell’orso (porello, tanto vituperato), di Zorro Zorzi o della ciuìga.

Se però consideriamo il vino solamente come un oggetto, e non il soggetto in sé, rischiamo di perdere completamente l’orientamento. Perché un vino è trentino non solo per il fatto che dalle altre parti non è coltivato. Ma perché porta dentro di sé l’aria, l’acqua, il metodo di produzione, le caratteristiche del territorio ed il pensiero del vignaiolo: quello che io considero il terroir. Ecco il paradosso. Un vino di terroir comunica il Trentino tanto quanto un vino autoctono. Meglio se in etichetta campeggiano le Dolomiti.

Dunque per motivi di politica territoriale vorremmo produrre un vino distintivo del territorio. Però lo stesso effetto possiamo ottenerlo con un vino ubiquitario, che ha anche altri vantaggi indiretti. Non devi andare a spiegare cosa è.

Facciamo l’esempio massimo, prendendo spunto dai maestri francesi. Pensiamo a che ombrello è la denominazione “champagne”. Un prodotto in cui trovi di tutto ma che comunica automaticamente, qualsiasi sia il suo livello, il concetto di lusso e di festa. Chi fa lo champagne è come se mettesse la propria barca su un grande fiume. Non c’è bisogno di remare per andare lungo la corrente.

Noi ci stiamo provando, con alterne fortune, con il Trentodoc. Teroldego e Nosiola che hanno il loro mercato. Anche il marzemino (però i vini col diminutivo hanno poca fortuna, pensateci). Ma il resto?

Chi invece produce il casetta, l’enantio o il groppello di Revò deve spiegare perfino se è un vino rosso o bianco.

L’esempio del nero d’avola, la sua forte ascesa, per quanto adesso sia in calo, sta a significare però che operazioni di questo tipo si possono anche fare.

Se il vino autoctono si considera distintivo del territorio, capisco la corrente di pensiero che spinge per la sua produzione. E comprendo, ad essere ecumenici, anche che l’Assessore provinciale all’agricoltura pensi a come fare a promuoverlo. Perfino con idee estemporanee. Però ci vuole molto di più. Produttori che ci credono innanzitutto. Grandi volumi. Tutti i ristoranti trentini che lo conoscono e lo propongono (ma non conoscono neanche il Trentodoc: mi par di sentire questa voce nell’orecchio…). E magari! un’azienda leader che si tiri dietro tutti, come Gaja o Giacosa per il barbaresco. Non vedo qui da noi in Trentino cose simili.

Ma sto divagando. Io rappresento il punto di vista del consumatore e non sono qui per dare ricette. Se volete un esempio però alcune cantine altoatesine hanno fatto una scelta in questa direzione liberando la schiava.

Conclusioni:

non sto parlando di biodiversità, anche se comprendo benissimo le implicazioni anche etiche. Qui però non è la sede (che il Signore ci conservi l’Istituto di San Michele!).

Parlare di vitigni autoctoni vuol dire parlare di un passato indefinito, che è stato abbandonato perché era fragile o non dava reddito.

Riesumare adesso quei vitigni non ha più alcun interesse dal punto di vista del vino, se non come curiosità. O come completamento di una rosa di vini trentini. L’Enantio sarà ben buono. Però in questo momento non so quanti vadano a cercarlo come buon vino.

Al contrario il concetto di vitigni e vini autoctoni ha interesse dal punto di vista del marketing territoriale. Il vitigno autoctono è un simbolo del territorio.

Il significato quindi è “troppo molteplice”. Per questo quando se ne parla rischiamo di non capirci. Se il vino autoctono è fungibile con l’orso o con le Dolomiti o con la ciuìga o con Zorro Zorzi, della sua essenza di vino è rimasto poco o nulla.

Se lo intendo come un vino buono in sè, come mai sono stati abbandonati? Sarà solo colpa della globalizzazione dei gusti? delle multinazionali? E magari del complotto pluto-giudaico-massonico?

Tanto vale puntare sull’autoctono artificiale Trentodoc (con un occhio di riguardo sui piccoli con idee grandi).

Direi che basta.

Un saluto dal vostro Primo Oratore.

Annunci

2 commenti on “CRONACHE DAI VINI AUTOCTONI – DUE”

  1. […] sia arrivato a conclusioni piuttosto interessanti. E anzi utili per aprire un eventuale dibattito. Lettura consigliata! Leggi qui osservatorio sul vino primo oratore vino autoctono […]

  2. matteo mattei ha detto:

    caro primo oratore,mi sembra che nel tuo commento ci sia tutto….mi piace quando parli di enantio”…e dobbiamo cominciare a aiutare quegli eroi che sull’autoctono ci hanno scommesso..penso all’enantio”…bella frase e bel pensiero……in ogni caso in terradeiforti avevano iniziato bene,piccolo consorzio tra produttori,autonomia decisionale,scelte tecniche forti,iscrizione e disciplinare doc per enantio e casetta(90 q.li ettaro resa disciplinare) e vari progetti con annessi convegni ecc ecc….poi la fuga della cantina valdadige e la crisi della viticoltori hanno messo tutto questo a rischio.Ma tu pensi che qualcuno abbia detto baf?Anzi ….io stesso ho seguito la vicenda del vigneto storico…chiamando il sign.eccli della fondazione mac…chiamando raitre….chiamando i due assessorati (mellarini e panizza),l’adige trentino cassa rurale ecc ecc….ma se non ci fosse stato il buon Rosi (innamorato di quel vigneto da sempre) e il gruppo dei dolomitici io penso che il vigneto storico(e’ un patrimonio genetico incredibile…andate a visitarlo vi prego) non ci sarebbe piu’.Ho presentato insieme a penner(mac)un progetto viticolo/turistico (si partiva dal castello di avio e si finiva al vigneto storico) all’apt di rovereto e non e’ successo niente(nemmeno una risposta)…dunque ritorno sempre al pensiero negativo e cioe’…quando noi sa’ pu cosa dir i tira fora gli autoctoni….In piana rotaliana invece sanno fare politiche di territorio tanto che c’e’ stato un rinnovo varietale pero’ il Teroldego e sul Teroldego hanno lavorato tanto e bene le aziende stesse che lo commercializzano ottenendo risultati ottimi.Dunque il mio pensiero e’: se aspettiamo che le politiche di territorio vengano fatte da politici non si arriva a niente(almeno nel vino),si devono fare dei progetti in cui tutti trovino lo spazio giusto tutti i vari operatori e i vari enti…..in bassa vallagarina c’erano quasi riusciti.ciao