CRONACHE DAI VINI AUTOCTONI

Trilogia 1.1

VINI AUTOCTONI – UNA NOZIONE VAGA

Si fa un gran parlare di vino autoctono.

Basta che voi scriviate vini autoctoni su qualsiasi motore di ricerca e ne troverete a volontà. Ci sono anche dei siti sui quali troverete elenchi di tutti i vini autoctoni italiani. Giusto a titolo di statistica, digitando su Google  “vini autoctoni” comprese le virgolette, verranno fuori Circa 129.000 risultati (0,24 secondi); senza virgolette, tenetevi forte, Circa 943.000 risultati (0,17 secondi). Quasi un milione di referenze non sono poche!

Se le cose stanno così in questo post non troverete link ad altri siti, dato che basta che scriviate vini autoctoni su Google – o su qualsiasi altro motore che piace a voi- e troverete quello che vorrete.

Nonostante questa messe di referenze però io non riesco a mettere fuoco cosa si intende esattamente per vitigni autoctoni.  E’ una nozione che rimane piuttosto sfocata. Io inoltre sono un po’ tradizionalista e non credo che l’universo dello scibile umano sia su internet. Per questo, almeno stavolta, preferisco applicare il mio metodo ed andare a cercare non mediante San Google, ma da altre parti, così darò un vero arricchimento. Vi tolgo il piacere di navigare, contrariamente a quello che sarebbe invece necessario fare, ma (forse) vi darò qualche elemento nuovo che su Internet non è detto troviate.

La prima cosa è dunque provare a capirsi: nel linguaggio generale la parola autoctono è un aggettivo e precisamente l’attributo di quelle popolazioni che, stanziate da epoca remota in un determinato territorio, si ritenevano nate dalla terra stessa. La definizione è tratta dal mio caro vecchio Devoto-Oli [per i pignoli la parola deriva dal greco αυτοχθων col significato di : nato nel suolo stesso, del paese stesso, indigeno o autottono (sic) così dice il mio vecchio Rocci]

E già qui comincia il difficile: capiamo infatti che si tratta di una cosa che deve aver origine da un lontano passato; ma quanto lontano? Qualcuno deve dire quanto si deve andare indietro per poter dare una definizione di vino autoctono.

La prima traccia che trovo è una legge dello stato italiano, la numero 82 del 2006 (precisamente L. 82 del 20 febbraio 2006) che definisce come “vitigno autoctono italiano” il vitigno la cui presenza è rilevata in aree geografiche limitate del territorio nazionale.

Il secondo comma stabilisce che “le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, accertano la coltivazione di vitigni autoctoni italiani sul territorio di competenza. A tale fine esse verificano la permanenza della coltivazione per un periodo di almeno cinquanta anni, la diffusione sul territorio, il nome, la descrizione ampelografica e le caratteristiche agronomiche dei vitigni”

Dunque, abbiamo una definizione generale da vocabolario ed una definizione testuale (i miei simili direbbero “positiva”) di quanto si deve andare indietro a cercare.

Allora ecco servita la prima sorpresa: può essere considerato vino autoctono qualsiasi vino che sia coltivato qui da noi da almeno 50 anni: PRATICAMENTE TUTTI.

Volendo, a termini di legge, possiamo considerare autoctoni il merlot, il cabernet sauvignon, il chardonnay e il pinot grigio, e tutti gli altri. Sarà così semplice?

Proviamo a cercare da un’altra parte.

Per cominciare sfoglio la mia bella garzantina intitolata Vino, a cura di Paolo della Rosa, edizione del 2009, ma la voce non è riportata nè direttamente, nè come attributo del vino. Per la garzantina il problema non esiste, e già questo è un indizio. Debbo provare da un’altra parte.

Il libro, ottimo, “Antichi vitigni del Trentino” di Stefanini e Tomasi, edizioni Fondazione Edmund Mach Istituto Agrario San Michele all’Adige, è pregevole per tantissimi motivi, ma ahimè non dà una definizione di “autoctono”. Riassumendo veramente in maniera brutale, e me ne scuso con gli autori, sembra che le varietà antiche siano “nate”(?) cresciute e andate perdute per ragioni storiche, sanitarie -le malattie americane- ed economiche -il crollo dell’Impero (si intende quello Austroungarico non quello della galassia centrale) ed il cambiamento dei mercati e delle relative tassazioni- e altri tanti e vari motivi.

Posso dire che la presenza di determinati vitigni è insomma il frutto, spesso anche casuale, di un cammino di continue intersecazioni (intersezioni?) fra vitigni diversi provenuti da ogni angolo del mondo conosciuto, e non è nemmeno vero che vengano solo dall’Oriente come se fossero i Re Magi.

A forza di approfondire si arriva ad una maggiore confusione, invece che ad una maggiore chiarezza: càpita spesso, in effetti, mi pare che lo dicesse anche Socrate (è una citazione non una similitudine fra me e il filosofo)

Per fortuna mi soccorre un gradevole libro delle Edizioni Slow Food, intitolato “Guida ai Vitigni d’Italia”. Questi libri non riportano i nomi degli autori in copertina, ma nelle note editoriali compaiono i nomi di Fabio Giavedoni e Maurizio Gily come curatori: credo giusto citarli, non fosse altro per il sollievo che mi hanno dato

Il primo paragrafo dell’introduzione è intitolato “Un aggettivo controverso”, e, riassumendo anche qui, si spiega che andare a cercare indietro nel tempo (ricordate cosa significa la parola autoctono?) si arriva su un binario morto, cioè non siamo in grado di dare una certezza sul fatto che un certo vitigno sia proprio originario del territorio in relazione al quale stiamo effettuando la ricerca. Non siamo cioè mai in grado di dire che il seme di una certa vite si è presentato come autonomo proprio in un certo posto e non invece in un altro.

Questa conclusione è sconfortante: in senso stretto la parola autoctono vicino alla parola vitigno è un concetto astratto ed impreciso. Questo apre la possibilità di dare alla parola autoctono una serie di significati diversi, veramente lontani l’uno dall’altro: è così che succede che se uno ne parla non è detto che si faccia capire da chi ascolta! Dipende da che parametri usiamo.

Il dato legislativo è l’unico che pone un limite certo, ma chiaramente ha tutta un’altra finalità, e quindi ha valore solamente dal punto di vista descrittivo: 50 anni sono infatti pochissimi.

Orbene, sarebbe ora di tirare alcune conclusioni, ma dopo questo post così denso non è opportuno. I post devono essere leggibili, non troppo lunghi:  questo è già poco leggibile e troppo lungo.

Ognuno di voi può trarre per ora le sue conclusioni.

Le parole che seguono: alloctono, ubiquitario, terroir, tipicità, tradizione, interessi culturali e sociali, ed interessi operativi e di reddito; ve le butto qui per le vostre riflessioni.

Le mie le metterò in un post dei prossimi giorni.

Un saluto dal vostro Primo Oratore

Annunci

One Comment on “CRONACHE DAI VINI AUTOCTONI”

  1. […] di cosa si intenda, comunemente e tecnicamente, per VINO AUTOCTONO, consiglio la lettura della prima parte della Trilogia dell’Imprecisione, un buon e bel lavoro condotto da Primo Oratore sul suo blog Osservatorio del Vino. […]