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La verità è che manca un po’ tutto. Ci sarebbe il desiderio autentico di trovare qualcosa, magari un vino, indimenticabile, una cosa che possa fungere da traguardo teorico fondamentale. Un parametro dotato di assolutezza che possa confrontarsi come modello rispetto a tutte le cose del vino (o magari della vita, volendo assolutizzare). Ma non si trova quasi niente di indimenticabile. Si trovano tanti vini buoni,tanti sproporzionatamente cari, si incontra gente, anche bella gente, non c’è che dire. Si rinsaldano amicizie un po’ allentate davanti ad una bottiglia o a un’etichetta condivisa.

Poi è bello anche andare alle mostre del vino, alcune veramente mostruose, altre piccole, le polemiche non mancano mai sono sempre grandi ed inutili. E spesso si beve gratis, per natura o da imbucati (che bello).

Ho come la sensazione che si parli troppo del vino, e dopo un po’ anche girando per gli altri siti, si parla sempre delle stesse cose. Leggi il seguito di questo post »

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LA STRANA COPPIA

MA ANCHE NO

Trentodoc vs grassi 1Le bottiglie che si vedono nelle due foto di questo post -in versione erbacea e minerale 🙂 , messe in ordine di apparizione sulla nostra tavola, hanno sostenuto l’azzardo dell’abbinamento crauti-luganeghe-puntine-lardo (ecc., insomma, grassi) / Trentodoc.

Siccome quelli che lo producono questo spumante dicono che si usare a tuttopasto e va bene per accompagnare tutto, noi abbiamo provato la strada più ambiziosa.

Il giudizio questa volta sarà sinteticissimo: l’accoppiamento funziona, ma anche no. Funziona perchè indubbiamente l’acidità del Trentodoc si lega (chi più chi meno, come è naturale) sia all’acidità dei crauti, sia fa da contraltare e pulisce la bocca dai grassi della carne. Non funziona perchè in qualche caso più che di accompagnamento o abbinamento si può parlare di giustapposizione.

Sandro Sangiorgi ha scritto un libro intitolato “Il matrimonio tra cibo e vino” : ecco in questo caso a mio parere il matrimonio non ha funzionato.

Ma una gran bella amicizia fra questo piatto così grasso, e questo vino così acido, ha funzionato alla perfezione.Trentodoc vs grassi 3

Personalmente nella categoria dell’ipotetico concorso io eleggo a miglior Trentodoc il Maso Nero della Cantina Zeni di Grumo San Michele, senza nulla togliere agli altri.

Nella categoria dei fuori concorso, ovviamente, e quindi anche “vincitore” assoluto della mia personale valutazione, non può che stare sua maestà il Giulio Ferrari, assolutamente indimenticabile.

Un saluto dal vostro Primo Oratore.

PS: da applausi la cena, come del resto il fatto che questo è anche il 100.mo post del nuovo corso.


ALMA FORTE – O DELLA FENICE

IL MISTERO SVELATO DEL 18.06.38

Alma ForteDunque il vino assaggiato è un misterioso Alma Forte  millesimato extra dry del 2011. Accostarsi al Prosecco, per un amante del Trentodoc, è sempre una sensazione strana. Secondo me il classico Trentino è un vino più serio, più austero: ma è un po’ come con le opere d’arte, per apprezzarle si deve studiare, o sapere qualcosa, avere un po’ di educazione al gusto, insomma, in una parola, bisogna fare un po’ di fatica.

Accostarsi al prosecco invece no: sarà meno complesso, ma è immensamente più facile. Il prosecco, secondo me, è uno dei vini, un po’ come il lambrusco, che tutti quelli che lo bevono non hanno soggezione a dire che è buono. E’ un vino beverino, semplice, piacevole, ne trovi a tutti i prezzi e va sempre giù che è un piacere anche grazie a quella sfumatura dolce che, a meno di non essere pesantemente stucchevole, porta con sè sempre una nota di allegria.

Ora, intendiamoci, io sono per il metodo classico ma non sono un asceta del vino, e quindi se compare del prosecco in tavola mi guardo bene dal rifiutarlo.

In questa occasione questa mia attitudine alla curiosità e al non tirarmi indietro mi ha portato fortuna. E’ infatti stata portata da un amico in tavola questa bottiglia di prosecco Alma Forte: il mio amico ha portato anche la brochure, da cui ho capito qualcosa. La radice da cui viene fuori questo produttore, la “zoca” (= ceppo) diremmo noi Trentini, è quella delle grandi famiglie che hanno dato origine ad una delle grandi cantine prosecchiste, la Mionetto. Mionetto è un marchio che io associo ad una produzione generalista di cui però non conosco la qualità. Questo Alma Forte invece ha un’etichetta accattivante e misteriosa,  per solito i numeri scritti sulle etichette hanno un significato anche di tipo giuridico (il millesimo, la gradazione alcolica, ecc) per cui ci si aspetta un certo formato. Invece la cifra che campeggia su questa etichetta non ha nulla a che fare con un significato giuridico, ed allora incuriosisce. Leggi il seguito di questo post »


DINOSAURO COMPRESO

LO SPOTTONE

 

Ricevo e volentieri pubblico questo messaggio ricevuto da Gianni Morgan Usai, vulcanico e simpatico personaggio che ho conosciuto allo Skywine di Ala dello scorso anno.

Cari Amici,

come già lo scorso anno… sono a segnalarVi il :
Club ENOLOGICO DI LUGAGNANO/SONA/VERONA
http://www.clubenocult-lugagnano.it/
Una splendida tana, a pochi passi dal Vinitaly durante il Vinitaly, che vi permetterà di disintossicarvi dal Vinitaly..!!
Ambiente informale, NO-TIE…!
Spazio-meeting per 100/120 persone..
Scenografie a vostra richiesta.. anche tipo-Gardaland o Disneyworld o Monte Citorio…!!
Nella cucina potrete cucinare anche un dinosauro…! ( come in foto allegata, in basso..)
Cucina, BarBeque e possibiltà di catering esterno..
L’amico pr Iginio CIMAN iginiociman@libero.it
è a disposizione per ogni Vostra Lustratissima richiesta…!
Concedetevi il lusso di una riserva indiana oltre i tristi tornelli del Vinitaly…
Grazie, Vi auguro lussureggianti brindisi…!
Gianni Morgan Usai
Y7 Project . The Wine Meditation Room
Winner of the ” Isera Wine Day contest ” : Vino…! Ed è subito Isera.

IL TRENTINO ALL’IMPROVVISO

TAGLIO TEROLDEGO / LAGREIN – UN CASO UNICO

Sorni Rosso LaVisE’ comparsa a casa mia venuta da chissà dove una bottiglia di Sorni Rosso. Ne è stato usato un poco perfino per sfumare un pezzo di carne(!) delle volte non riesco a controllare tutto ciò che succede in cucina. Ma poi me lo sono bevuto, e leggendo l’etichetta mi ha colpito una sorpresa inaspettata: con tutti i difetti che volete trovare alla Cantina che lo produce, che è la LaVis (ma che a me è cara e lo spiegherò dopo) bene sotto la denominazione di rosso trentino ecco l’assemblaggio di lagrein e teroldego.

Direi che è l’assemblaggio trentino/territoriale per eccellenza. Da una breve ricerca su Google(R) mi sembra di poter dire che sia l’unico vino che mette insieme questi due vitigni. Perchè di Teroldego e Lagrein + merlot  ce ne sono tantissimi: evidentemente il merlot, nell’immaginario dei vignaioli trentini, dà quel tocco (ma di che, esattamente? di internazionale? di massa? di volgarità?) di cui evidentemente altrimenti si sentirebbe la mancanza .

Ma a quanto ho capito Lagrein + Teroldego c’è solo questo Sorni Rosso LaVis.

Sinceramente credo sia un po’ un vino da amatori. A me è piaciuto tanto, e non so perchè. Per un periodo il lagrein è stato il “mio” vino. Era all’inizio, quando soprattutto ritenevo importante avere un “mio” vino, mentre adesso li assaggio volentieri tutti e li considero tutti “miei vini” quelli che ho assaggiato. Ma il teroldego non è mai stato il “mio vino”. Non riesco mai a capirlo, e soprattutto c’è il problema che i “teroldeghi” più economici e correnti sono anche esemplari di scarso gradimento. E’ bensì vero che i casi in cui ho assaggiato teroldego di razza, mi sono dovuto ricredere. Eh si,  manca la nota “fredda” e di viola dei modelli-base, e viene fuori  un frutto veramente accattivante.

Questo taglio teroldego/lagrein merlot (grazie a chi mi ha segnalato la modifica da fare) è veramente una bella pensata. E’ piacevole e leggero. Ciò che sento io al naso sono soprattutto profumi floreali, con una emersione di fiori di viola, mentre alla bocca prevale la fragola in un amalgama vinoso e (poco o forse un po’ più di poco)  tannico.

Un vino che ha altre qualità caratteristiche. Viene da una cantina che mi è molto cara, visto che sotto la guida di Rosario Pilati, allora (ed anche adesso, penso) responsabile dell’enoteca, ho mosso i primi passi e frequentato i primi ed unici corsi di avvicinamento al vino. Mi è molto cara anche per la costanza con la quale continua a produrre vini di buona o ottima qualità a prezzi non eccessivi. Manca un po’ di appeal, e dispiace che alcune dinamiche, evidentemente lontane dal vino come prodotto, la stiano rovinando o l’abbiano rovinata.

Tuttavia ecco un vinello è buono, costa poco, e se ce ne uno che rappresenta il Trentino, dovrebbe proprio essere questo.

Un saluto dal vostro Primo Oratore.


LA SCHIAVA E L’IPPOTURISMO

LE DUE SCHIAVE E LA LIBERTA’

Gino pedrotti 2La schiava (nella foto è la bottiglia centrale) è un vinello che a parer mio sta diventando interessante. Per tradizione fu il vino dei nostri vecchi, che la bevevano da sola o tagliata con qualche rosso corposo, solitamente l’immancabile merlot, o talvolta il marzemino, se volevano un vino di maggior colore, struttura e corpo.

Attualmente è un vino marginale e marginalizzato, poco trendy per quell’arietta mesta che si porta dietro dal passato. Ma anche, se si può dirlo, lasciato un po’ a se stesso, senza particolari iniziative di promozione, e sì che avrebbe a parer mio qualche caratteristica per piacere ai consumatore modevvvni.

Dunque: il vino è un rosato da bere giovane con qualche tendenza a sfumature cipollastre o anche grigiastre. Tende insomma a decadere. In vinificazione qualcuno prova a correggere questi difetti, per esempio vinificando le uve in bianco e poi ripassandole sulle bucce di qualche bel colore come il lagrein che così si fissa e rimane stabile (mi ha fatto questa confidenza in passato un altro enologo, diverso da questi due).

Per una casualità l’altra sera ho assaggiato due schiave prodotte nel basso Trentino, una quella di Casimiro (Bernardino) Poli in Santa Massenza, ed una quella di Gino Pedrotti in Pietramurata, due incantevoli paesi della Valle dei Laghi.

Casimiro Poli la interpreta nel modo tradizionale: un vinello leggero che si beve freddo in estate e non troppo freddo in inverno, dissetante e lieve. Adatto a tutti anche in quantità moderate visto che raggiunge 11,5° .

E’ la schiava classica dei tempi andati, che ci si aspetta di trovare. Ma per chi non conosce la tradizione è un vino rosato chiaro con qualche sfumatura gialla, molto trasparente, floreale, qualche minimo accenno di fragola, beverino quant’altri mai, non impegnativo in bocca, piacevole e gaio. Un vino scacciapensieri da sabato mattina.

Gino Pedrotti invece vuole uscire dal clichè del vinetto, e vuole avvicinarsi ad un autentico vino. La produzione biologica fornisce un vino più scuro, diciamo che è un rosato verso il cerasuolo, qui i sentori di frutta si fanno più marcati. In bocca è più pieno del precedente e si sostiene su 12,5 °.

Perde le caratteristiche del vino beverino e si orienta verso quelle di un prodotto più relazionabile, lo accompagnerei già a qualche primo non troppo saporito, magari una pasta con verdure, tipo.

Il succo del discorso è questo: è un vino più versatile del previsto, che si presta sia ad interpretazioni pianeggianti e semplici come il Casimiro, sia a esecuzioni di maggiore impegno e spessore come il Pedrotti.

E’ difficile comparare questi due vini, sono talmente diversi in tutto, -colore, corpo, sapori, aromi, finali- che stenteresti a considerarli come lo stesso vino.

Invece lo sono. La liberà di interpretazione porta a due vini diversi. Non so se possa esserci qualcos’altro, ad esempio il microclima con l’influenza del lago che si fa sentire di più da una parte che dall’altra. Il terreno sarà simile vista la vicinanza, ma non è detto: boh.

Prenderei sempre il primo per la leggerezza ed il disimpegno. Prenderei sempre il secondo per la degustazione ed il pensiero.

E’ divertente pensare che due vignaioli trentini, che parlano lo stesso dialetto e che hanno lunga esperienza, diano libertà alla schiava e ne facciano due esemplari completamente differenti. Evidentemente si può fare.

La schiava però in definitiva mi fa venire in mente il turismo a cavallo: bello, interessante, emozionante ma alla fine resta sempre una nicchia.

Un saluto dal vostro Primo Oratore.


PARLIAMO D’ALTRO

IL PALAZZO DEL DIAVOLO

Succede raramente, ma stavolta non affronterò un argomento attinente al vino. Anche se a volerlo cercare un piccolo legame c’è.

Copertina palazzo del diavoloStavolta parlo di un libro, Il Palazzo del Diavolo di Riccardo Fox, delle edizioni Curcu & Genovese di Trento.

E’ un libro gradevole e con un bel plot. Qualche intrigo e qualche mistero, l’immancabile storia d’amore: un libro che io consiglio. Anche perchè poi è divertente leggere un romanzo ambientato a Trento.

Siccome ha la forma di un thriller gotico con alcuni riferimenti religiosi non può non venire in mente il capostipite di questo tipo di letteratura, che è Dan Brown.

Tuttavia questo è un libro più delicato e semplice, un’opera prima riuscita bene, sia per la trama, di cui non posso raccontare nulla, sia per l’erudizione e la competenza dimostrata nel mescolare personaggi d’invenzione narrativa e personaggi storici realmente esistiti. Il libro si svolge su due piani temporali, quello di Cristoforo Madruzzo e quello del protagonista che vive e opera ai nostri giorni.

Piacevole, provatelo!

Il legame col vino è questo: nel libro compare un personaggio, o meglio una dinastia di personaggi della famiglia Massarelli. Massarello, Leggi il seguito di questo post »